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Via
Popilia - Ghetto Ribelle
Ricordare il Ghetto significa certamente rammentare un significativo
pezzo della storia della nostra curva. Le nuove generazioni, quei
ragazzi cioè che frequentano lo stadio solo da pochi anni,
probabilmente conoscono ben poco di questa comitiva straordinariamente
creativa. Peccato davvero.
Troviamo Maruzzo nel suo negozio di frutta, alle prese con la vita
di tutti i giorni, fatta di piccole e grandi storie che, per forza
di cose, ti costringono, col tempo, ad allontanarti dalla curva
e da quelle situazioni che comunque ti rimangono scolpite dentro.
La storia del Ghetto nasce ufficialmente nel 1983 quando, complice
unintuizione di Canaletta, spunta lo striscione NS-Via Popilia.
I ragazzi del gruppo erano tutti du quartìari,
il II lotto, e frequentavano la curva già dalla fine degli
anni 70.
La denominazione Via Popilia Ghetto Ribelle,
verrà fuori più in là, negli anni della serie
B.
Confluiti da una sigla nellaltra, quelli del Ghetto erano
sempre gli stessi: Maruzzo, Francesco, Angiuluzzo, Giancarlo, Massimuzzo,
Paolo, Agostino e via via tutti gli altri. Tutti chiri du
quartìari insomma.
Originali come pochi, con una predisposizione particolare per lallegria.
Anche se, quando cera da alzare la voce o magari qualcosaltro,
quelli del Ghetto non si tiravano mai indietro. Sempre in prima
fila, magari con i vecchi Sconvolti o con la Nuova Guardia, u
gruppu cchiù tuastu da curva con molte similitudini
con il Ghetto, come ricorda Mario.
Per esempio quella volta a Barletta, la prima volta che ci
andavamo, con loro a fine partita che si volevano scontrare ed il
gruppo dei cosentini che piano piano si assottigliava, fino a quando
non ti giri e vedi intorno a te, in prima fila, tutti guagliuni
du Ghetto. E pensare che prima, quando qualcuno diceva cacciamuni
a cinta, noi ridevamo ingenuamente pensando ca ni cadìanu
i pantaloni!
Una forte connotazione politica. Ghetto Ribelle Palestina:
un binomio inscindibile. Dal materiale prodotto ai richiami sulle
fantine di allora. O lenorme bandierone palestinese che per
anni ha sventolato nella nostra curva e che fu fatto proprio dai
ragazzi del Ghetto.
Del resto, ricorda Maruzzo, la politica è vista da
noi principalmente come mezzo per esprimere un forte senso di libertà.
E questo è ciò che rappresenta quel bandierone: solidarietà
diretta ad un popolo oppresso da anni.
Spiriti ribelli, a tratti rivoluzionari, sicuramente fuori dalla
comune omologazione. Dice Mario: mi ricordo quando vennero
i patavini a Cosenza ed uno disse di parlare in italiano. Le presero
di brutto non perché ci chiamarono africani, che per noi
era un complimento, ma perché i gradassi non ci sono mai
andati a genio.
E poi la mitica lambretta carica di striscioni che ogni domenica
mattina ci portava alo stadio; anche quella volta trovammo le porte
chiuse e scoppiò il finimondo.
Tante storie, vissute intensamente. Compresi gli scazzi. Come
quella volta che venne un palestinese al Gramna ed andammo solo
in due, nonostante lavessi avvertiti tutti.
Ma certamente la caratteristica principale di questi ragazzi, è
il fortissimo senso dellamicizia. La molla che li ha fatti
andare avanti, nello stadio, come nella strada. Difficilmente sarebbe
stato diverso visto che si conoscono da una vita.
Lo striscione poi, fu tolto con lo scioglimento di tutti i gruppi
in curva nord. Ma quella è unaltra storia. Da allora,
lo striscione non è più riapparso. Quello che ci resta
di loro, oltre al carico umano che, oggi come ieri, quelli del Ghetto
riescono a trasmetterti, è quellidea racchiusa in due
parole, Ghetto Ribelle, che più di ogni altra danno il senso
della loro storia.
Del resto si sa, un pezzo di stoffa può anche finire in un
baule, ma le idee no. Quelle non muoiono mai
fino alla vittoria!
Luca
Scarpelli
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