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Torneremo
ad esistere, se la curva lo vorrà, quando il Cosenza, la
tifoseria, torneranno ad essere uniti
Caro
Padre Fedele, cari fratelli e sorelle della curva sud, è
arrivato il momento di dirci addio. Un quindicennio è trascorso
da quando fotocopiammo il primo numero della storica fanzine rossoblù.
Sette anni sono passati dal giorno in cui regolarizzammo la testata,
entrando per la prima volta in tipografia.
La redazione di Tam Tam e Segnali di Fumo si è riunita ed
ha deciso di sospendere la pubblicazione del nostro giornalino.
Le ragioni sono semplici. Tutti noi siamo cresciuti in una grande
curva, all'interno di una tifoseria spettacolare, animata dal principio
dell'unità. Venti anni di colore, passione, ribellione. Ragazze
e ragazzi dei diversi quartieri, provenienti dai vari centri della
nostra enorme provincia, appartenenti a culture e generazioni differenti,
si sono schierati dietro un unico striscione, trovando un entusiasmante
punto di incontro ed amicizia.
È stato più uno stile di vita, che un banale fenomeno
di fanatismo sportivo.
Oggi, la grottesca situazione in cui si è venuto a trovare
il pallone in città, ci induce ad urlare "Basta!!!".
Far finta di niente, sarebbe troppo ipocrita.
Addirittura due squadre nel calcio dilettantistico, un'annata di
illusioni e raggiri, il vergognoso valzer dei politici cosentini,
quel penoso andirivieni da Roma
rappresentano fatti concreti,
sui quali non siamo disposti a passare.
Questa, sorelle e fratelli, è la nostra sconfitta.
Sognavamo un Cosenza forte, guidato da dirigenti leali e capaci
di programmare, restituirci la speranza di vincere. Una speranza
assente da un decennio in questa città.
Ci ritroviamo davanti le solite facce, che tengono in ostaggio i
nostri simboli e colori, senza il minimo cambiamento.
Oggi, chi dovremmo "scegliere"? Da quale lato bisognerebbe
"schierarsi"?
Da una parte, c'è uno zombie calcistico, il "1914",
una società tenuta in vita per allontanare lo spettro del
collasso di un'azienda.
Dieci anni fa, il Cosenza era in B. Oggi si ritrova nei Dilettanti.
Ma vogliamo ribadirlo: la nostra non è mai stata una crociata
contro l'uomo Pagliuso. Restiamo convinti che il problema è
ciò che egli ha rappresentato. Eppure, le sue responsabilità
sono notevoli, ma inferiori a quelle di personaggi che ebbero in
mano la società
in tempi anteriori, provocandone il dissesto economico e l'agonia
morale.
Del resto, l'alternativa che abbiamo davanti, è un aborto
vivente: l'FC. Poteva essere una nuova realtà del calcio.
E' diventata una truffa sociale, di cui tutti noi siamo rimasti
vittime.
D'altronde, non possiamo far finta di non sapere che l'arresto di
Pagliuso ha pregiudicato i rapporti tra città e Federcalcio!
Non dimentichiamo che la Figc ha inviato a Cosenza i suoi legali
a costituirsi parte civile, nel processo contro Pagliuso. Potrebbe
la stessa Figc accogliere la proposta "sportiva" di quella
che in un'altra sede è una sua controparte?
Lui è andato a chiedere chi lo risarcirà dei cinque
miliardi che "avanzava" da loro.
Loro se ne aspettano altrettanti da lui
Troppo facile gridare al complotto, attribuire tutte le responsabilità
al Palazzo romano. Carraro sarà pure il capo dell'Impero
del male, ma Pagliuso è stato membro di quella corte, prima
di esserne scacciato.
Almeno in questo, sì, dobbiamo fare mea culpa! La nostra
città ha affidato tutte le sue speranze di giustizia sportiva,
ad una comitiva di sconsiderati, alcuni dei quali implicati nel
primo crack del Cosenza degli anni novanta. E poi abbiamo riposto
fiducia in un presunto ricatto: "Carraro sa che Pagliuso sa
e
alla fine cederà".
Una città come la nostra, può abbassarsi a tanto?
E quei politicucci di area berlusconiana, accompagnati dai vari
Principi del foro, si ostinano ancora a dire che abbiamo subito
un'ingiustizia!!!
Ma con quale faccia vanno ancora in giro?
Solo oggi, infatti, è chiaro che il Cosenza 1914 è
morto il 31 luglio 2003, e soltanto dai dilettanti può resuscitare.
Non siamo noi a dirlo; sono i fatti a parlare.
Perché se Tar e Consiglio di Stato avevano dato veramente
ragione agli avvocati, allora è evidente che i "nostri"
politici, a Roma, non godono di alcuna considerazione. Non hanno
credito. Nonostante avessero dalla propria parte una sentenza favorevole,
non sono riusciti ad ottenere il riconoscimento di un diritto.
Se, invece, Tar e Consiglio di Stato sin dall'inizio avevano dato
torto agli avvocati del "1914", allora legali e politicanti
hanno detto bugie, perché più volte hanno esultato
per una vittoria giudiziaria mai ottenuta, dando in pasto ai mass
media dichiarazioni equivoche. Ricordate Televideo?
Non dimentichiamo che il loro governo, e nessun'altra entità
segreta ed occulta, nell'agosto 2003, con un decreto straordinario,
ha dato pieni poteri al Coni, affinché allargasse il campionato
di serie B e, quindi, ripescasse la Fiorentina grazie al suo "bacino
d'utenza" ed alle garanzie di stabilità finanziaria
fornite da Della Valle. Garanzie mai fornite da Umberto De Rose
& soci.
Ad un anno di distanza, dunque, possiamo dire che a niente è
servita la mobilitazione di un'intera tifoseria, di tanti ultrà
che hanno lottato con orgoglio. Persino Padre Fedele, che si è
battuto con il suo consueto coraggio, è stato costretto ad
affermare che nel Cosenza risorto, non c'è chiarezza. "Manca
la correttezza".
E noi dovremmo far finta di niente? È vero che il "1914"
rappresenta la nostra tradizione. Ma una squadra di calcio è
patrimonio morale e sociale della comunità cui appartiene,
e solo questa sceglie di eleggerla come sua rappresentante. Se una
tifoseria decide, come in diversi casi è successo, che la
propria squadra può cambiare denominazione sociale, purché
essa sia rappresentativa della città, e ne garantisca la
continuità nel panorama calcistico, allora quella sarà
la squadra della città.
Non dobbiamo, quindi, sentirci vincolati a nulla. Il titolo morale
e simbolico spetta alla tifoseria, non al padrone del simbolo. Perché
ogni patron può sparire, o addirittura sprofondare e trascinare
il simbolo nel fango, com'è accaduto a noi.
Adesso c'è la speranza di vedere risorgere il "vero"
Cosenza. Alcuni di noi lo seguiranno, altri no.
Ma non riusciremmo a far vivere il Tam Tam, senza continuare ad
urlare in maniera ossessiva le nostre opinioni, fino a diventare
velenosi, ripetitivi, inutili.
Del resto, non potremmo neanche riservare la fanzine a quanti decidessero
di sostenere l'FC, perché sarebbe una scelta arrogante e
priva di realismo.
Sappiamo che noi cosentini siamo bravi ad unirci quando ci attaccano,
ma purtroppo, se le circostanze lo consentono, abbiamo la naturale
propensione a dividerci.
Noi abbiamo sempre lavorato per l'unità. Adesso non ce la
sentiamo di rappresentare i giorni della divisione. Tam Tam è
stata la libera voce de
La curva più folle del mondo.
In qualsiasi caso, non ci sentiremmo più liberi in due curve
separate, per giunta, da eventi estranei.
Torneremo ad esistere, se la curva lo vorrà, quando il Cosenza,
la tifoseria, torneranno ad essere uniti.
La nostra tribù non si lascerà mai chiudere in una
riserva.
Cosenza,
settembre 2004
La redazione di "Tam tam e segnali di fumo"
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