Questa nicchia di rete è lo spazio di Tam Tam e Segnali di Fumo, periodico quindicinale, prodotto dalla curva sud dello stadio San Vito di Cosenza, zona liberata ed occupata dai Nuclei Sconvolti. Alla comunicazione via internet, così come ai gradini della curva e ai fogli del nostro giornale, affidiamo il compito di rappresentare i nostri sogni, le tensioni, la speranza, la rabbia.Da più di venti anni portiamo in giro per l'Italia e nelle piazze un modo di essere ultrà, che non coincide con i modelli imposti dalla mercificazione del calcio, dai mass-media e dalle manie nazistoidi. Siamo orgogliosi di aver ritagliato, in una valvola di sfogo costruita dal Potere, un momento di aggregazione, che finisce per trasformare lo spazio esterno, la città, condizionando le relazioni sociali.Questa nicchia di rete impressa su un monitor, vi racconta gli stati d'animo di un martellante Tam Tam, che risuona nella mente di esseri umani, capaci ancora di amare ed odiare...
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vita di curva nr 2 del 31 gennaio 2004
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Una pagina di diario dall’Inghilterra
Tra Forest e Cenerentola

E’ da un po’ che non scrivo su Tam Tam. E, vi assicuro, la cosa mi è mancata. Il motivo principale è che la distanza Perugia-Cosenza è una cosa, ma Nottingham è troppo lontana. Studiando in Umbria, era sempre possibile informarmi. Dal suolo inglese, mi era rimasto solo internet. D’altra parte, scrivere un articolo di taglio “tecnico” sulla serie D, con tutto il rispetto per la categoria, avrebbe annoiato anche il più volenteroso dei lettori.
Torno per due ragioni. Una, per chiarire (soprattutto a me stesso) che il mio rapporto con Tam Tam non è finito. È iniziato e proseguito, in maniera splendida, grazie ad amici come Claudio, Pierino, Domenico, Luca, Dino. Voglio che continui. Magari saltuariamente. È una specie di sindrome da Peter Pan: più cresci, più apprezzi le piccole oasi di libertà che ti hanno svezzato.
La seconda è che voglio raccontarvi un fatto. Vorrei parlarvi del Nottingham Forest. Sarò molto breve. Perché il Forest ha una di quelle storie corte e intense, buone per finire negli ultimi interstizi della giornata, tra la ninnananna e il sonno di un bambino. Fino al 1976, il Forest è aleatorio. È come una bella donna ad un ballo: non si capisce perché, ma non la nota nessuno. Tutti vanno dietro alle cinque o sei stangone di turno. Una storia fatta di (pochi) alti e (molti) bassi. È la terza squadra inglese per nascita (1865). Eppure, si barcamena con poche soddisfazioni tra la Prima, la Seconda e la Terza divisione.
Poi, finalmente qualcuno si accorge di lei. L’anno di svolta è il 1975. Sulla panchina dei Reds si va a sedere Brian Clough, ex tecnico dei nemicissimi del Derby (una specie di Gianni Di Marzio “ara mmersa”) e giocatore di buon livello. Il primo anno piazza un ottavo posto. Dodici mesi più in là, agguanta il terzo: dopo cinque stagioni, il Forest torna in Premier league.
Confermato Clough, il City Ground diventa una bolgia. E l’anno successivo, a Nottingham non si vince neanche a pagare pedaggio. Per giunta, siccome ci hanno preso gusto, domano il Liverpool dopo un emozionante testa a testa. È il primo (e unico) titolo della loro storia.
Il Forest è talmente bello, che una delle stangone inizia a diventare gelosa. È il Liverpool e la battaglia si fa dura. Nel ’78-‘79, le due squadre si sfidano di nuovo. Anzitutto al primo turno di Coppa Campioni (perché Keegan e soci hanno stravinto il trofeo l’anno prima). Il Forest ha la meglio nella doppia sfida, ma deve capitolare in campionato. I troppi pareggi casalinghi condannano Cenerentola a mollare la presa nelle ultime giornate. Vince la stangona: il Liverpool, appunto.
Il 30 maggio del 1979, però, Brian Clough tira fuori dal cilindro una sorpresa, anziché il banalissimo coniglio (perché in fiabe del genere c’è sempre un mago di un certo livello). Appena 18 mesi dopo la promozione, il Forest affronta il Malmoe (chi ha 22 anni come me, ricorderà un certo Martin Dahlin vestire la loro casacca azzurrina negli anni ’80) in finale di Coppa Campioni. La sorpresa è fare giocare un 23enne di nome Trevor Francis dal 1’. Clough sa: quando si capisce che un tipo farà strada, è meglio permettergli di iniziare la propria strada il prima possibile. Francis (che sciorinerà la sua classe in terra italica: per referenze chiedere a Marassi, sponda Samp) si prende beffa dell’emozione, del marcatore Robert Prytz (anche lui, poi, in Italia: vestirà la casacca orobica) e dei 57700 che dovrebbero fargli tremare le gambe e, di testa, infila Moller. Poi, ci pensa Peter Shilton ad abbassare le saracinesche. Finisce lì. Dalla serie B alla Coppa Campioni. In tre anni. Così, senza quasi accorgersene.
Il Forest partecipa di diritto alla successiva edizione della Coppa. In campionato, le cose vanno maluccio: a fine stagione, Clough porterà solo il quinto posto: colpa di un ruolino di marcia esterno stile Cosenza di De Vecchi. Orfano di Francis sulla fascia destra, Clough ripiega sul pupillo made in Ireland O’ Neill e opta per un copertissimo 5-4-1. La punta Garry Birtles, prelevata per appena 4000 sterline dal Long Eaton, è valida (l’anno dopo passerà allo United) e combattiva (è nato proprio sulle rive del Trent, il fiume che attraversa Nottingham e costeggia lo stadio), ma è isolata. Eppure, segna e tanto. E si fa beffe della Dynamo Berlino e dell’Ajax nei quarti e in semifinale. Insomma, a farla breve, è di nuovo finale. La seconda. In due anni. Quattro anni dopo la serie B. Così, senza accorgersene. Con l’incoscienza di certi geni a scadenza.
La stessa incoscienza che porta l’ala scozzese John Robertson a fare coincidere un paio di eventi e/o luoghi che possono sconvolgere la vita di un uomo normale (per esempio, la mia). Un gol. Un gol decisivo. Un gol decisivo in una finale. Un gol decisivo in una finale di Coppa Campioni. Un gol decisivo in una finale di Coppa Campioni, al Santiago Bernabeu. Dimenticavo un dettaglio: contro l’Amburgo, tra le cui fila militava Kevin Keegan, ex Liverpool. Il talentuoso figlioccio della stangona, domato due volte dalla stessa Cenerentola. Che storia, ragazzi...
Musica. Titoli di coda. Il Forest arriva vicino al titolo nel 1984 e, poi, si piazza terzo nell’88 e nell’89, anni di trionfi per Liverpool (che vince in torneo con 90 punti) e Arsenal (che soffia la vittoria ai Reds sul filo di lana, roba da scriverci su un romanzo: infatti, Nick Hornby ne ha tirato fuori “Febbre a 90”). Tra piazzamenti più o meno onorevoli, sprofonda all’ultimo posto nel 1993. Ritorna in paradiso due volte. Ma i debiti costringono a smantellare mezzo organico: il manager Paul Hart riesce a piazzare Johnson, Rogers e Bart-Williams e salva le casse, ma non la squadra. Dal 2000 i Reds navigano in First Division, la nostra serie B. Cenerentola, ahimè, esce di scena.
Ed è dopo tutto questo che sabato 17 gennaio sono andato ancora allo City Ground. Il mio Erasmus sta finendo: a febbraio tornerò in Italia, per cui questa è stata la mia ultima partita del Forest. Di scena il Reading, squadra modestissima, ma mai quanto i Reds, quart’ultimi in classifica. Rientrava dopo un lungo infortunio Des Walker (ex Samp e nazionale inglese). Il Reading è passato in vantaggio. Walker alla mezz’ora ha ricevuto un colpo in testa ed è svenuto e c’e’ stato un silenzio tombale. Si è rialzato e lo hanno applaudito. È uscito un secondo dal campo e sono partiti ancora applausi. Clap clap anche per il rientro in campo. Tanti clap clap: quelli di 29mila spettatori.
Il Forest ha giocato malissimo ed era quantomeno imbarazzante. Giusto qualche sortita di quell’ala sinistra dal talento purissimo che è Andy Reid, 21 anni. Gran visione di gioco, dribbling secco, vicecapitano. È iniziato il secondo tempo. Reid ha piazzato due cross con francobollo e affrancatura: destinazione rete, attraverso inzuccata di un qualsiasi ometto. Nessuno ha risposto all’appello, tranne il pubblico. Si sono trasformati. Vedevo (non sentivo: vedevo) i cori partire dalle tribune o dalle due curve oppure attorno a me. Bambine istruite dai padri, donne e uomini di una certa età che hanno fatto di quello stadio una bolgia. “Ma quando c’era Brian Clough, com’era il pubblico?” ho chiesto stupidamente a un signore al mio fianco. E lui, meravigliato da tanta stupidità, mi ha risposto: “Uguale ad ora. Uguale”.
Il Forest ha perso. Con quell’orgoglio triste che ho scoperto agli inglesi riesce terribilmente naturale. Come se ce l’avessero scritto sotto pelle. Tutti: “dovunque andrai, io sarò li. Non camminerai mai solo”. Anche quando diventerai brutta, ricorderò quanto mi hai reso felice.
Andrea Marotta

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