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Una
pagina di diario dallInghilterra
Tra Forest e Cenerentola
E
da un po che non scrivo su Tam Tam. E, vi assicuro, la cosa
mi è mancata. Il motivo principale è che la distanza
Perugia-Cosenza è una cosa, ma Nottingham è troppo
lontana. Studiando in Umbria, era sempre possibile informarmi. Dal
suolo inglese, mi era rimasto solo internet. Daltra parte,
scrivere un articolo di taglio tecnico sulla serie D,
con tutto il rispetto per la categoria, avrebbe annoiato anche il
più volenteroso dei lettori.
Torno per due ragioni. Una, per chiarire (soprattutto a me stesso)
che il mio rapporto con Tam Tam non è finito. È iniziato
e proseguito, in maniera splendida, grazie ad amici come Claudio,
Pierino, Domenico, Luca, Dino. Voglio che continui. Magari saltuariamente.
È una specie di sindrome da Peter Pan: più cresci,
più apprezzi le piccole oasi di libertà che ti hanno
svezzato.
La seconda è che voglio raccontarvi un fatto. Vorrei parlarvi
del Nottingham Forest. Sarò molto breve. Perché il
Forest ha una di quelle storie corte e intense, buone per finire
negli ultimi interstizi della giornata, tra la ninnananna e il sonno
di un bambino. Fino al 1976, il Forest è aleatorio. È
come una bella donna ad un ballo: non si capisce perché,
ma non la nota nessuno. Tutti vanno dietro alle cinque o sei stangone
di turno. Una storia fatta di (pochi) alti e (molti) bassi. È
la terza squadra inglese per nascita (1865). Eppure, si barcamena
con poche soddisfazioni tra la Prima, la Seconda e la Terza divisione.
Poi, finalmente qualcuno si accorge di lei. Lanno di svolta
è il 1975. Sulla panchina dei Reds si va a sedere Brian Clough,
ex tecnico dei nemicissimi del Derby (una specie di Gianni Di Marzio
ara mmersa) e giocatore di buon livello. Il primo anno
piazza un ottavo posto. Dodici mesi più in là, agguanta
il terzo: dopo cinque stagioni, il Forest torna in Premier league.
Confermato Clough, il City Ground diventa una bolgia. E lanno
successivo, a Nottingham non si vince neanche a pagare pedaggio.
Per giunta, siccome ci hanno preso gusto, domano il Liverpool dopo
un emozionante testa a testa. È il primo (e unico) titolo
della loro storia.
Il Forest è talmente bello, che una delle stangone inizia
a diventare gelosa. È il Liverpool e la battaglia si fa dura.
Nel 78-79, le due squadre si sfidano di nuovo. Anzitutto
al primo turno di Coppa Campioni (perché Keegan e soci hanno
stravinto il trofeo lanno prima). Il Forest ha la meglio nella
doppia sfida, ma deve capitolare in campionato. I troppi pareggi
casalinghi condannano Cenerentola a mollare la presa nelle ultime
giornate. Vince la stangona: il Liverpool, appunto.
Il 30 maggio del 1979, però, Brian Clough tira fuori dal
cilindro una sorpresa, anziché il banalissimo coniglio (perché
in fiabe del genere cè sempre un mago di un certo livello).
Appena 18 mesi dopo la promozione, il Forest affronta il Malmoe
(chi ha 22 anni come me, ricorderà un certo Martin Dahlin
vestire la loro casacca azzurrina negli anni 80) in finale
di Coppa Campioni. La sorpresa è fare giocare un 23enne di
nome Trevor Francis dal 1. Clough sa: quando si capisce che
un tipo farà strada, è meglio permettergli di iniziare
la propria strada il prima possibile. Francis (che sciorinerà
la sua classe in terra italica: per referenze chiedere a Marassi,
sponda Samp) si prende beffa dellemozione, del marcatore Robert
Prytz (anche lui, poi, in Italia: vestirà la casacca orobica)
e dei 57700 che dovrebbero fargli tremare le gambe e, di testa,
infila Moller. Poi, ci pensa Peter Shilton ad abbassare le saracinesche.
Finisce lì. Dalla serie B alla Coppa Campioni. In tre anni.
Così, senza quasi accorgersene.
Il Forest partecipa di diritto alla successiva edizione della Coppa.
In campionato, le cose vanno maluccio: a fine stagione, Clough porterà
solo il quinto posto: colpa di un ruolino di marcia esterno stile
Cosenza di De Vecchi. Orfano di Francis sulla fascia destra, Clough
ripiega sul pupillo made in Ireland O Neill e opta per un
copertissimo 5-4-1. La punta Garry Birtles, prelevata per appena
4000 sterline dal Long Eaton, è valida (lanno dopo
passerà allo United) e combattiva (è nato proprio
sulle rive del Trent, il fiume che attraversa Nottingham e costeggia
lo stadio), ma è isolata. Eppure, segna e tanto. E si fa
beffe della Dynamo Berlino e dellAjax nei quarti e in semifinale.
Insomma, a farla breve, è di nuovo finale. La seconda. In
due anni. Quattro anni dopo la serie B. Così, senza accorgersene.
Con lincoscienza di certi geni a scadenza.
La stessa incoscienza che porta lala scozzese John Robertson
a fare coincidere un paio di eventi e/o luoghi che possono sconvolgere
la vita di un uomo normale (per esempio, la mia). Un gol. Un gol
decisivo. Un gol decisivo in una finale. Un gol decisivo in una
finale di Coppa Campioni. Un gol decisivo in una finale di Coppa
Campioni, al Santiago Bernabeu. Dimenticavo un dettaglio: contro
lAmburgo, tra le cui fila militava Kevin Keegan, ex Liverpool.
Il talentuoso figlioccio della stangona, domato due volte dalla
stessa Cenerentola. Che storia, ragazzi...
Musica. Titoli di coda. Il Forest arriva vicino al titolo nel 1984
e, poi, si piazza terzo nell88 e nell89, anni di trionfi
per Liverpool (che vince in torneo con 90 punti) e Arsenal (che
soffia la vittoria ai Reds sul filo di lana, roba da scriverci su
un romanzo: infatti, Nick Hornby ne ha tirato fuori Febbre
a 90). Tra piazzamenti più o meno onorevoli, sprofonda
allultimo posto nel 1993. Ritorna in paradiso due volte. Ma
i debiti costringono a smantellare mezzo organico: il manager Paul
Hart riesce a piazzare Johnson, Rogers e Bart-Williams e salva le
casse, ma non la squadra. Dal 2000 i Reds navigano in First Division,
la nostra serie B. Cenerentola, ahimè, esce di scena.
Ed è dopo tutto questo che sabato 17 gennaio sono andato
ancora allo City Ground. Il mio Erasmus sta finendo: a febbraio
tornerò in Italia, per cui questa è stata la mia ultima
partita del Forest. Di scena il Reading, squadra modestissima, ma
mai quanto i Reds, quartultimi in classifica. Rientrava dopo
un lungo infortunio Des Walker (ex Samp e nazionale inglese). Il
Reading è passato in vantaggio. Walker alla mezzora
ha ricevuto un colpo in testa ed è svenuto e ce
stato un silenzio tombale. Si è rialzato e lo hanno applaudito.
È uscito un secondo dal campo e sono partiti ancora applausi.
Clap clap anche per il rientro in campo. Tanti clap clap: quelli
di 29mila spettatori.
Il Forest ha giocato malissimo ed era quantomeno imbarazzante. Giusto
qualche sortita di quellala sinistra dal talento purissimo
che è Andy Reid, 21 anni. Gran visione di gioco, dribbling
secco, vicecapitano. È iniziato il secondo tempo. Reid ha
piazzato due cross con francobollo e affrancatura: destinazione
rete, attraverso inzuccata di un qualsiasi ometto. Nessuno ha risposto
allappello, tranne il pubblico. Si sono trasformati. Vedevo
(non sentivo: vedevo) i cori partire dalle tribune o dalle due curve
oppure attorno a me. Bambine istruite dai padri, donne e uomini
di una certa età che hanno fatto di quello stadio una bolgia.
Ma quando cera Brian Clough, comera il pubblico?
ho chiesto stupidamente a un signore al mio fianco. E lui, meravigliato
da tanta stupidità, mi ha risposto: Uguale ad ora.
Uguale.
Il Forest ha perso. Con quellorgoglio triste che ho scoperto
agli inglesi riesce terribilmente naturale. Come se ce lavessero
scritto sotto pelle. Tutti: dovunque andrai, io sarò
li. Non camminerai mai solo. Anche quando diventerai brutta,
ricorderò quanto mi hai reso felice.
Andrea Marotta
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