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Ephel
Duath - The painter's palette
Cari
Prendete una tavolozza piena di colori. E provate a sostituire i
colori con una varietà infinita di pentagrammi musicali.
Solo così potrete comprendere meglio come la band patavina
sia giunta a questo secondo lavoro, licenziato dalla Elitist, etichetta
nata da una costola della Earache. Penso che proprio questo sia
il significato di "The painter's palette". La musica,
come il colore è fatta di sfumature, di miscugli di varie
tinte, cha danno vita ad altri colori. Stà poi alla mano
di chi dipinge, (di chi suona nel nostro caso!!) nel riuscire a
dare forma ai propri pensieri. Scordatevi quello che gli Ephel Duath
avevano fatto col precedente lavoro; il black metal di "Re-phormula"
era già anni luce avanti rispetto alla massa dei gruppi,
specialmente europei. Ma ora si cambia registro. È proprio
nell'approccio compositivo che va trovato il punto di rottura. Sarà
forse il rivoluzionamento della line up, non lo sappiamo. Ma il
suono di "The painter's palette" risulta ricco di spunti
jazz, fusion, metal con una perenne sensazione d'improvvisazione
propria del jazz, di malata improvvisazione che lo permea. L'inizio
è devastante: "The Passage" è un gran pezzo,
al suo interno trovano spazio free jazz, drum & bass, trombe
che svisano in una continua alternanza di voci "urlate"
e più pulite. In alcuni pezzi ("Labyrinthine")
si fa spazio quel che ormai si definisce post hard-core, un po quel
che facevano gli "At the drive in", con la batteria di
Davide Piovesan impegnata in continui controtempi, accompagnata
alla perfezione da Fabio Fecchio al basso. Per non parlare di "Praha",
pezzo strumentale con un inizio praticamente jazz molto melodico
e rilassato, che mette a nudo le grandi capacità d'improvvisazione
del gruppo. Anche l'elettronica, ormai nuova frontiera dei suoni
estremi trova spazio. Non poteva essere altrimenti e questo specie
in "The picture", dove la struttura nervosa del brano
collima perfettamente con i suoni sintetici. "Ruins" non
prende prigionieri: molto tirata, drumming mozzafiato e qua e la
qualche lontana reminescenza black metal nei riff, tutto però
si stoppa con l'avvento della voce "pulita" di Davide
Tolomei, che comunque risulta molto a suo agio nella continua e
piacevole alternanza con Luciano Lorusso agli "screaming".
Il culmine si tocca con "Ironical Communion"
la tempesta
dopo la quiete
con un inizio incredibilmente vicino alle sonorità
che potreste ascoltare in un jazz club di New Olrleans, con il talentuaso
Davide Tiso che "caccia" dalla sua chitarra souni incredibilmente
vari. Subito dopo un orda di chitarre discordanti, in un brano la
cui struttura tiene chi l'ascolta in continua tensione, non fornendo
alcun riferimento
sicuramente il pezzo più completo,
spiazzante e d'atmosfera dell'album. Dall'entusiasmo delle mie parole
avrete intuito che, a mio avviso, ci troviamo di fronte ad uno,
forse all'album più coraggioso ed intelligente che una metal
band italiana abbia composto, dai tempi di "Tribe" dei
Sadist. Impossibile ignorarlo, impossibile non rimanerne impressionati.
Pasquale Radio Ciroma
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