Questa nicchia di rete è lo spazio di Tam Tam e Segnali di Fumo, periodico quindicinale, prodotto dalla curva sud dello stadio San Vito di Cosenza, zona liberata ed occupata dai Nuclei Sconvolti. Alla comunicazione via internet, così come ai gradini della curva e ai fogli del nostro giornale, affidiamo il compito di rappresentare i nostri sogni, le tensioni, la speranza, la rabbia.Da più di venti anni portiamo in giro per l'Italia e nelle piazze un modo di essere ultrà, che non coincide con i modelli imposti dalla mercificazione del calcio, dai mass-media e dalle manie nazistoidi. Siamo orgogliosi di aver ritagliato, in una valvola di sfogo costruita dal Potere, un momento di aggregazione, che finisce per trasformare lo spazio esterno, la città, condizionando le relazioni sociali.Questa nicchia di rete impressa su un monitor, vi racconta gli stati d'animo di un martellante Tam Tam, che risuona nella mente di esseri umani, capaci ancora di amare ed odiare...
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soldi nel pallone nr 7 del 21 settembre 2003
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Monti e l’Unione Europea condannano l’Italia del calcio E’ folle la gestione

L’Unione Europea ha dato… un calcio al Governo italiano. Il primo decreto salva-calcio del 2003 (ormai ne fanno uno ogni sei mesi), quello dello scorso febbraio, è stato contestato dall’UE perché potrebbe configurarsi come “aiuti non autorizzati alle imprese” e, soprattutto, perché viola palesemente le direttive comunitarie in materia di contabilità e bilancio.
L’UE già alcuni mesi fa aveva richiesto chiarimenti al Governo italiano: è evidente che i chiarimenti forniti non sono stati esaustivi (né potevano esserlo!).
Cerchiamo di capirne di più.
Le società calcistiche italiane sono palesemente indebitate, con livelli di debiti ben superiori, in quasi tutti i casi, al reale valore del “patrimonio calciatori” e dell’attivo patrimoniale. Le cause sono un po’ note a tutti, ma eventualmente ci torneremo sui prossimi numeri del “Tam Tam”; diamo ora solo un accenno per capire quale può essere la posta in gioco e quali potranno essere le conseguenze.
Le società di capitali, e quindi anche le società di calcio che hanno la forma giuridica di SpA o Srl, annualmente “chiudono” il loro bilancio evidenziando in particolare due aspetti: quello patrimoniale-finanziario (patrimonio, crediti e debiti) e quello economico (costi e ricavi dello specifico anno a cui si riferisce il bilancio). Il risultato economico dell’anno è la differenza tra ricavi e costi (utile d’esercizio se positiva, perdita d’esercizio se negativa)
Tutte le normative relative ai bilanci delle imprese (almeno nel mondo occidentale ed industrializzato) prevedono un criterio fondamentale molto semplice: il criterio di competenza.
Tale criterio, oltre che dalla IV direttiva CEE recepita in Italia nel 1991 con la modifica del Codice Civile, era previsto anche dalla previgente normativa italiana (Codice Civile del 1942), ed è previsto dai postulati e principi contabili dei Dottori Commercialisti e dallo IAFCC (associazione internazionale dei professionisti contabili). Vuol dire che, per quanto riguarda l’aspetto economico (costi e ricavi), devono essere inseriti nel bilancio i ricavi effettivamente maturati nel corso dell’esercizio, indipendentemente dal loro effettivo incasso. Ad esempio, una tipica azienda commerciale (es. un grossista di alimentari) avrà come ricavi dell’esercizio il valore delle merci effettivamente vendute nell’anno, indipendentemente dal fatto che può aver incassato dei soldi per merci vendute nell’anno precedente, o può non aver incassato parte delle vendite dell’anno perché i suoi clienti gliele pagheranno l’anno successivo.
Le società di calcio, analogamente, dovrebbero inserire nel bilancio dell’esercizio 2002-2003 (normalmente l’anno o “esercizio sociale” si apre per le società calcistiche il 1° luglio e si chiude il 30 giugno dell’anno successivo), i ricavi derivanti dalla partecipazione al campionato 2002-03 (abbonamenti, incasso biglietti, diritti televisivi, sponsor, plusvalenze dalla vendita di giocatori) ed i costi sostenuti per partecipare a quel campionato (stipendi giocatori, costi trasferte, minusvalenze dalla vendita di giocatori, ecc)
Una prima violazione a tale criterio, da parte delle società calcistiche, è stata quella di iscrivere tra i propri ricavi dell’anno tutti i diritti televisivi per i quali è stato stipulato il contratto. Per cui, se una società stipula un contratto triennale nel 2003-04 per i campionati dal 2003 al 2006, potrà portarsi tutti i ricavi nel bilancio 2003-04.
Il cosiddetto primo decreto salva-calcio (o spalma-debiti) ha definitivamente (almeno fino all’intervento comunitario) rivoluzionato e sconfessato tale criterio. Ha consentito, infatti, di “spalmare” in dieci anni le minusvalenze derivanti dalla vendita dei giocatori: se ho un giocatore che ho pagato lo scorso anno 10 milioni di euro e lo rivendo adesso a 2 milioni, la perdita degli 8 milioni di euro non la riporto nel bilancio di quest’anno ma la suddivido nei prossimi dieci anni. Tutti capiscono che è un criterio irragionevole. Sarebbe lo stesso ragionamento di un capo famiglia che guadagna 20.000 euro all’anno e che, prevedendo di incassarne 100.000 in 5 anni, spende tutto il primo anno per vitto, abbigliamento, scuola dei figli e vacanze: dopo un po’ si troverebbe in mezzo alla strada (o si salverebbe solo avendo precedentemente disponibili i 100.000 euro per risparmi pregressi, eredità o altro).
Quale potrebbe essere l’effettiva conseguenza dell’impugnativa comunitaria, e quindi della cancellazione del decreto, per le società italiane?
La necessaria correzione dei dati di bilancio, attraverso le rettifiche contabili, porterebbe quasi tutte le società a trovarsi con un perdita di esercizio ragguardevole, che potrebbe anche erodere l’intero capitale sociale. La conseguenza immediata, se le società funzionano secondo legge, è che gli amministratori (ed in caso di loro inadempienza i collegi sindacali) dovrebbero convocare l’assemblea dei soci per l’immediata ricostituzione del capitale sociale (art. 2447 del Codice Civile).
Significa sostanzialmente che i proprietari delle società dovrebbero mettere immediatamente mano al portafogli, e ricapitalizzare le società, immettendo grandi quantità di capitale fresco (soldi contanti). In caso contrario si aprirebbero le strade per il fallimento della società.
Come si risolverà? Con una ulteriore soluzione all’italiana, fabbricando nuove carte false? Difficile ipotizzarlo, nonostante l’innata capacità delle italiche fantasie. Con una effettiva ricapitalizzazione delle principali società ed una riduzione dei costi del sistema? Forse è più probabile. Sicuramente non tutte le società ci riusciranno e resterà qualche morto sul campo (finanziariamente parlando). Si aprirebbe probabilmente un altro capitolo di fallimenti e costituzioni di nuove società, con cancellazioni dai campionati (magari in corso) e conseguenti ripescaggi; e con qualche “piazza” importante che potrebbe restare implicata. Sicuramente non è uno scenario entusiasmante. Si va sempre più verso un calcio governato in modo “americano” dove lo spettacolo è subalterno alla finanza ed alle TV, e dove la possibilità di sognare i grandi palcoscenici per le piccole città diventa sempre più remota. I casi del Chievo o del Castel di Sangro ricordiamoceli: presto apparterranno ad remoto passato che difficilmente tornerà.

Sabatino

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