Questa nicchia di rete è lo spazio di Tam Tam e Segnali di Fumo, periodico quindicinale, prodotto dalla curva sud dello stadio San Vito di Cosenza, zona liberata ed occupata dai Nuclei Sconvolti. Alla comunicazione via internet, così come ai gradini della curva e ai fogli del nostro giornale, affidiamo il compito di rappresentare i nostri sogni, le tensioni, la speranza, la rabbia.Da più di venti anni portiamo in giro per l'Italia e nelle piazze un modo di essere ultrà, che non coincide con i modelli imposti dalla mercificazione del calcio, dai mass-media e dalle manie nazistoidi. Siamo orgogliosi di aver ritagliato, in una valvola di sfogo costruita dal Potere, un momento di aggregazione, che finisce per trasformare lo spazio esterno, la città, condizionando le relazioni sociali.Questa nicchia di rete impressa su un monitor, vi racconta gli stati d'animo di un martellante Tam Tam, che risuona nella mente di esseri umani, capaci ancora di amare ed odiare...
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editoriale nr 7 del 21 settembre 2003
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Sim’i Cusenza. Mai nessun ci fermerà

Cento corpi pressati sotto il tetto del gazebo nella villa vecchia. Cantano sotto la pioggia, in un martedì sera. Rimane allibito un automobilista che attraversa la piazza della statua di Telesio. Si ferma, affianca il parcheggiatore della strada che sale verso i tredici canali:
“Ma chini sù chiri?”
“Chiri sù l’ultrà”.
Non accadeva da anni. Centinaia di persone affollano le riunioni del gruppo. La curva piena e rumorosa per novanta minuti. Mille in trasferta. Non accadeva da anni. Adesso sì che possiamo tornare a casa felici di far parte di una comunità.
Guardiamoci per un attimo allo specchio. Abbiamo ritrovato qualcosa dal valore inestimabile: la tifoseria. Ed in soli quindici giorni, Cosenza è riuscita a zittire tutti quegli uccelli del malaugurio che per un decennio hanno mortificato la storia e la dignità del San Vito. Ricordate? “Siete quattro gatti. Uno stadio spento. Sembra un cimitero. In città il calcio non va più di moda”. Quante offese, quante umiliazioni!!! Adesso si stanno chiedendo come mai è potuta accadere una cosa simile. Come sia possibile che un popolo possa rinascere all’inferno.
La risposta è semplicissima. Quei calciatori, commentatori e dirigenti che cercavano di umiliarci, non meritavano il nostro affetto. Le loro facce di merda erano un ottimo deterrente contro l’entusiasmo popolare.
I nostri avversari adesso sanno che nessun gioco politico, nessuna diavoleria finanziaria, possono comprare l’amore di una tifoseria.
Contro la Rossanese ed il Sapri, siamo tornati a gioire ed a disperarci. Abbiamo provato emozioni che sembravano sepolte per sempre. Né la serie B e né qualsiasi altro campionato professionistico, valgono i sentimenti che ci animano in questo scorcio di settembre.
Ma se è vero che mai nessun fermerà questa ondata umana e colorata, i nostri cervelli devono comunque fermarsi a ragionare.
Le scene viste a Sapri meritano una riflessione profonda. Per almeno due motivi: anzitutto, ora che siamo in tanti, non possiamo ripetere gli errori degli ultimi anni, perché la dignità di una grande tifoseria non può essere macchiata da atti vili.
Inoltre, sarebbe veramente da stupidi prestare il fianco alle forze repressive, che aspettano l’occasione buona per far scattare manette e diffide, in modo da giustificare i loro inutili stipendi e tutti i finanziamenti che il ministero dell’interno concede ai vari “Uffici Stadio” dislocati nelle questure italiane.
L’elettricità di domenica scorsa, a Sapri, trova tante giustificazioni: la tensione dell’estate, il fatto stesso di ritrovarsi tutti insieme, l’assurda imposizione di far giocare il Cosenza in un campo di subbuteo, le provocazioni che non sono mancate. Diversi comportamenti aggressivi della tifoseria rossoblu, possono avere una spiegazione logica. Ma la distruzione di vetrine e macchine in un paesino che non ci aveva accolto lanciando “graste” dai balconi, non appartiene alla cultura degli ultrà. L’ostilità verso tranquilli passanti, è un comportamento da vigliacchi. La gente che si vede aggredita senza motivo, si sente insicura e finisce per invocare l’intervento della brutale forza poliziesca. La vecchietta e il padre di famiglia molestati, ritornano a casa con una mentalità più fascistoide di prima.
Vogliamo forse renderci complici di quell’assurda paura collettiva che serpeggia nella società e giustifica la presenza di milioni di omini in divisa nelle strade?
Non credo. Allora, facciamo tutti uno sforzo. Non si tratta di “porgere l’altra guancia” né di “dare lezioni di civiltà”. È ovvio: alle provocazioni risponderemo sempre con rabbia e determinazione. Ma non facciamo cazzate.
La nostra storia, il nostro futuro, dipendono da ciò che riusciremo a costruire, e non da quante vetrate distruggeremo.

Claudio Dionesalvi

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