Questa nicchia di rete è lo spazio di Tam Tam e Segnali di Fumo, periodico quindicinale, prodotto dalla curva sud dello stadio San Vito di Cosenza, zona liberata ed occupata dai Nuclei Sconvolti. Alla comunicazione via internet, così come ai gradini della curva e ai fogli del nostro giornale, affidiamo il compito di rappresentare i nostri sogni, le tensioni, la speranza, la rabbia.Da più di venti anni portiamo in giro per l'Italia e nelle piazze un modo di essere ultrà, che non coincide con i modelli imposti dalla mercificazione del calcio, dai mass-media e dalle manie nazistoidi. Siamo orgogliosi di aver ritagliato, in una valvola di sfogo costruita dal Potere, un momento di aggregazione, che finisce per trasformare lo spazio esterno, la città, condizionando le relazioni sociali.Questa nicchia di rete impressa su un monitor, vi racconta gli stati d'animo di un martellante Tam Tam, che risuona nella mente di esseri umani, capaci ancora di amare ed odiare...
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culti e culture nr 4 del 3 marzo 2003
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Cannavaro Docet

Stavo seduto sopra una panchina in piazza Santa Teresa. C’era un sole lucescente ma poco efficace. Il freddo di questo inverno rigido ancora testardamente resiste e non vuol capire, che soprattutto noi meridionali ormai vogliamo toglierci i cappotti e mostrare le pance, i muscoli e le tette, ricaricandoci di energia pura grazie a un sole che finalmente più gradito a noi, si faccia sentire.
La mia bambina aveva una gran febbre e in attesa che un medico le spulciasse tra le carni bianche e grassocce, aggredito dalla tenerezza che è propria di ogni padre (un bambino ammalato è uno spettacolo di innocenza senza paragone) ho comprato “ la Repubblica”, considerato che in regalo c’era “ Corto Maltese”. Ho scoperto negli anni che la mia abitudine di leggere i giornali sfogliandoli dall’ultima pagina alla prima, è più diffusa di quanto credessi, e questo rito in parte trasgressivo e in parte di comodo l’ho reso così abituale, tanto che adesso se mi succede soprappensiero di sfogliare un giornale dalla prima pagina in poi, mi sembra di fare una cosa storta. Sulla panchina di piazza Santa Teresa avrei tanto voluto farlo però, questo passo indietro, perché appena aperta una delle ultime pagine di “Repubblica” (una di quelle in cui erroneamente si ritiene di parlare di sport) resto basito oppure sbalordito o forse sconcertato fate voi.
Fabio Cannavaro docet: “Per eliminare la violenza negli stadi si devono eliminare gli striscioni e le bandiere. Dove c’è uno striscione c’è un capo e bisogna impedire ai ragazzi di identificarsi in un gruppo”. Queste testuali parole virgolettate sono riportate dal cronista.
Sono stato un ULTRA’ da quando ho cominciato a poter uscire solo di casa. Lo sono ancora, in un modo diverso e migliore, considerato che la vita ci spinge a cambiare, fortunatamente. Ricordo una quantità di episodi in cui mi sono accovacciato ginocchioni a spennellare e stampare. Ricordo una bandiera che deve essere da qualche parte in soffitta che non è mai uscita di casa mia per colpa di una traversa di Lombardo…ricordo molte altre cose di stadi e treni, di teglie e damigiane, di racconti di vita vera snocciolati su traghetti e gradinate. So cose che Cannavaro, Vieri e Inzaghi non possono nemmeno immaginare. Perché loro, quando io facevo i conti con me stesso appollaiato ai muri delle strade in attesa di qualcuno (I’m waiting for my man…cantava Lou Reed) erano nei college delle giovanili a seguire le istruzioni del dietologo e perché il mondo visto da dentro lo schermo della televisione diventa un’altra cosa. Una cosa diversa da quel mondo che io ho avuto la fortuna e la sofferenza di conoscere perché la mia strada in un certo senso era segnata, dalla mia natura. Io devo andare oltre alle cose scontate (ULTRAS), fuggire le apparenze (ULTRAS), capire (ULTRAS), esprimere la mia voglia di significato (ULTRAS). Urlare il mio dissenso se necessario e stamparlo su bandiere e striscioni se mi girano le palle di farlo. E tutto questo “andare oltre” che contribuisce a rendere migliore questo mondo, visto che da sempre non è l’accondiscendenza, il servilismo, l’omologazione, l’idiozia che ha spinto le società a crescere, ma guarda tu, il dissenso, la disobbedienza, le grida, il coraggio di cambiare schemi precostituiti e culture massificate.
Vedo la televisione una volta al mese, quando ho bisogno di sentirmi idiota. E la cosa più adatta, quella che riesce meglio di tante altre a farmi sentire idiota sono le interviste ai calciatori. Mi chiedo come fanno a fare finta di parlare mentre stanno parlando ad un esercito di giovani che li ascolta. Si propongono come lo stereotipo della scontatezza e dell’ipocrisia, la loro immagine somiglia sempre più a quella dei divi della moda, il loro linguaggio è stringato ed elementare, omologo, noioso. E quel che è peggio non è il messaggio educativo che potrebbero dare e non danno ma quello diseducativo che danno! Criminalizzano, vittime della loro incapacità di essere beniamini, il loro stesso pubblico ed hanno tutto; credono che ogni cosa sia dovuta loro senza che se la guadagnino, compreso il rispetto, quello stesso rispetto che loro non dimostrano verso un mondo che li ha arricchiti e resi noti senza mai svezzarli…quello stesso mondo che invece ha reso la vita difficile a tanti giovani che hanno come loro patrimonio non macchine sportive e ville in Sardegna ma uno striscione e un gruppo dietro il quale identificarsi. Un gruppo ed uno striscione che qualche volta ha salvato la vita a qualcuno permettendogli di costruire quel senso di appartenenza che per un uomo è essenziale…quel gruppo e quello striscione che qualche volta purtroppo non è servito a niente.
La verità è che mai come oggi l’ultrà e il calciatore sono due figure in antitesi, ognuna icona di mondi opposti e in conflitto. Gli uni simbolo della ribellione contro la massificazione e la scontatezza di un mondo fatto di tette muscoli e motori, gli altri, i nuovi “patrizi”, paladini e burattini di una giostra globale che mira al mantenimento dello “status quo”.
Quando mia figlia è tornata dallo studiolo del medico che l’aveva spulciata ben bene, il suo viso sofferente avvolto in una sciarpa troppo grande, mi ha immediatamente distolto da questi pensieri ed ho respirato l’aria secca di piazza Santa Teresa, lasciando scemare un po’ la rabbia per quello che avevo letto e vedendo quel volto pallido, quasi senza colore per l’influenza mi è venuta l’idea: Eliminiamo i colori sociali! D’oggi in poi tutte le squadre giocheranno una con la maglia nera e una con la maglia bianca, in qualsiasi stadio…ma gli striscioni e le bandiere lasciateli stare, quelli sono roba nostra, degli ultrà. NON SI TOCCANO. silviostellato@yahoo.it

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