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Cannavaro
Docet
Stavo
seduto sopra una panchina in piazza Santa Teresa. Cera un
sole lucescente ma poco efficace. Il freddo di questo inverno rigido
ancora testardamente resiste e non vuol capire, che soprattutto
noi meridionali ormai vogliamo toglierci i cappotti e mostrare le
pance, i muscoli e le tette, ricaricandoci di energia pura grazie
a un sole che finalmente più gradito a noi, si faccia sentire.
La mia bambina aveva una gran febbre e in attesa che un medico le
spulciasse tra le carni bianche e grassocce, aggredito dalla tenerezza
che è propria di ogni padre (un bambino ammalato è
uno spettacolo di innocenza senza paragone) ho comprato la
Repubblica, considerato che in regalo cera Corto
Maltese. Ho scoperto negli anni che la mia abitudine di leggere
i giornali sfogliandoli dallultima pagina alla prima, è
più diffusa di quanto credessi, e questo rito in parte trasgressivo
e in parte di comodo lho reso così abituale, tanto
che adesso se mi succede soprappensiero di sfogliare un giornale
dalla prima pagina in poi, mi sembra di fare una cosa storta. Sulla
panchina di piazza Santa Teresa avrei tanto voluto farlo però,
questo passo indietro, perché appena aperta una delle ultime
pagine di Repubblica (una di quelle in cui erroneamente
si ritiene di parlare di sport) resto basito oppure sbalordito o
forse sconcertato fate voi.
Fabio Cannavaro docet: Per eliminare la violenza negli stadi
si devono eliminare gli striscioni e le bandiere. Dove cè
uno striscione cè un capo e bisogna impedire ai ragazzi
di identificarsi in un gruppo. Queste testuali parole virgolettate
sono riportate dal cronista.
Sono stato un ULTRA da quando ho cominciato a poter uscire
solo di casa. Lo sono ancora, in un modo diverso e migliore, considerato
che la vita ci spinge a cambiare, fortunatamente. Ricordo una quantità
di episodi in cui mi sono accovacciato ginocchioni a spennellare
e stampare. Ricordo una bandiera che deve essere da qualche parte
in soffitta che non è mai uscita di casa mia per colpa di
una traversa di Lombardo
ricordo molte altre cose di stadi
e treni, di teglie e damigiane, di racconti di vita vera snocciolati
su traghetti e gradinate. So cose che Cannavaro, Vieri e Inzaghi
non possono nemmeno immaginare. Perché loro, quando io facevo
i conti con me stesso appollaiato ai muri delle strade in attesa
di qualcuno (Im waiting for my man
cantava Lou Reed)
erano nei college delle giovanili a seguire le istruzioni del dietologo
e perché il mondo visto da dentro lo schermo della televisione
diventa unaltra cosa. Una cosa diversa da quel mondo che io
ho avuto la fortuna e la sofferenza di conoscere perché la
mia strada in un certo senso era segnata, dalla mia natura. Io devo
andare oltre alle cose scontate (ULTRAS), fuggire le apparenze (ULTRAS),
capire (ULTRAS), esprimere la mia voglia di significato (ULTRAS).
Urlare il mio dissenso se necessario e stamparlo su bandiere e striscioni
se mi girano le palle di farlo. E tutto questo andare oltre
che contribuisce a rendere migliore questo mondo, visto che da sempre
non è laccondiscendenza, il servilismo, lomologazione,
lidiozia che ha spinto le società a crescere, ma guarda
tu, il dissenso, la disobbedienza, le grida, il coraggio di cambiare
schemi precostituiti e culture massificate.
Vedo la televisione una volta al mese, quando ho bisogno di sentirmi
idiota. E la cosa più adatta, quella che riesce meglio di
tante altre a farmi sentire idiota sono le interviste ai calciatori.
Mi chiedo come fanno a fare finta di parlare mentre stanno parlando
ad un esercito di giovani che li ascolta. Si propongono come lo
stereotipo della scontatezza e dellipocrisia, la loro immagine
somiglia sempre più a quella dei divi della moda, il loro
linguaggio è stringato ed elementare, omologo, noioso. E
quel che è peggio non è il messaggio educativo che
potrebbero dare e non danno ma quello diseducativo che danno! Criminalizzano,
vittime della loro incapacità di essere beniamini, il loro
stesso pubblico ed hanno tutto; credono che ogni cosa sia dovuta
loro senza che se la guadagnino, compreso il rispetto, quello stesso
rispetto che loro non dimostrano verso un mondo che li ha arricchiti
e resi noti senza mai svezzarli
quello stesso mondo che invece
ha reso la vita difficile a tanti giovani che hanno come loro patrimonio
non macchine sportive e ville in Sardegna ma uno striscione e un
gruppo dietro il quale identificarsi. Un gruppo ed uno striscione
che qualche volta ha salvato la vita a qualcuno permettendogli di
costruire quel senso di appartenenza che per un uomo è essenziale
quel
gruppo e quello striscione che qualche volta purtroppo non è
servito a niente.
La verità è che mai come oggi lultrà
e il calciatore sono due figure in antitesi, ognuna icona di mondi
opposti e in conflitto. Gli uni simbolo della ribellione contro
la massificazione e la scontatezza di un mondo fatto di tette muscoli
e motori, gli altri, i nuovi patrizi, paladini e burattini
di una giostra globale che mira al mantenimento dello status
quo.
Quando mia figlia è tornata dallo studiolo del medico che
laveva spulciata ben bene, il suo viso sofferente avvolto
in una sciarpa troppo grande, mi ha immediatamente distolto da questi
pensieri ed ho respirato laria secca di piazza Santa Teresa,
lasciando scemare un po la rabbia per quello che avevo letto
e vedendo quel volto pallido, quasi senza colore per linfluenza
mi è venuta lidea: Eliminiamo i colori sociali! Doggi
in poi tutte le squadre giocheranno una con la maglia nera e una
con la maglia bianca, in qualsiasi stadio
ma gli striscioni
e le bandiere lasciateli stare, quelli sono roba nostra, degli ultrà.
NON SI TOCCANO. silviostellato@yahoo.it
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