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A
cummedia
Il
ponte di Mancini è la mia rampa di lancio verso il paradiso.
Via! Finalmente si torna a casa, dopo una giornata di vita disumanata.
Ottanta chilometri al giorno. Dallufficio al teatro, dalle
scuole elementari di SantAgostino alluniversità,
poi di nuovo in teatro, poi da quel tizio, poi finalmente a bere
una cosa per rassicurare il mio fegato
no che non ti lascerò
tranquillo
nemmeno oggi dimenticherò di farti fare fatica.
E solo allora, allacciate le cinture di sicurezza, via! Ponte di
mancini e poi tornanti uno dietro laltro abbordando le curve
lungo la schiena del serpente collinare che adagia la sua testa
piatta nel mio giardino, la sua lingua biforcuta nel mio salone,
fino alla poltrona di fronte al camino.
Ma prima di imboccare la mia rampa di lancio verso il paradiso devo
uscire vivo dal gorgo delle scatole mute. Il folle fiume metallico
che si trascina nella sua discesa verso gli inferi. Il traffico
dellora di punta come lo chiamano. Tanti piccoli pianeti ognuno
a se stante popolati da uno o più invertebrati dallo sguardo
spento, preparati a scatti feroci, ad eccessi di energia che si
manifestano grazie al barrito delle piccole scatole mute. Bestemmiano
morti, sorelle, fisse, culi. Nessuno li sente. Il loro grido di
dolore si perde nel piccolo pianeta del sé.
Poi di solito è fatta. Pantofole, silenzio. Come un ladro
che ha rubato un altro giorno alla vita. Che fatica enorme arrivare
alla fine della giornata mostrando una maschera dietro laltra
come un attore invischiato in un numero imprecisato di ruoli. Una
commedia infinita, la commedia disumana.
A cummeddia.
Di solito superato il rugginoso ingranaggio di piazza Riforma è
fatta. Ma invece quella sera no, limmagine di un uomo in disequilibrio
sullorlo dell abisso. Un immagine che resta nella stanza
delle fotografie istantanee della mia mente. Clic. E la mia macchina
continua a viaggiare verso casa. Cera un uomo sul ponte di
Mancini. Ai confini del ponte di Mancini con tutto il resto. In
disequilibrio. Con la maglia di Vieri addosso. I capelli sporchi.
Biondi e sporchi. I piedi sulle punte, le ginocchia piegate, la
schiena inarcata allindietro.
Che ridere sembrava un pupazzo. Stava scherzando sicuramente. Aveva
bevuto un po, forse. E comunque se anche tornassi indietro
cosa potrei fare? Forse non cè già più.
Sarà tornato a casa. Oppure è già
potrei
chiamare lambulanza ecco
Al secondo tornante faccio inversione di marcia. Il cuore mi si
mette di traverso per la gola e comincio a sperare che non ci sia
proprio nessuno su quel ponte. Ma certo sarà tutto più
facile. Una parte di me che si chiama con un nome impronunciabile
vuole che quelluomo non sia lì. Dovunque ma non lì.
In fondo allabisso magari, oppure a passeggio su piazza Amendola
con le mani in tasca ma non lì. Questo idiota proprio a questora
doveva fare lequilibrista. Con la maglia di quel simpaticone
di Vieri poi. Bestemmio. Bestemmio e guido, e quando imbocco nel
senso opposto il ponte sento che la mia rampa per il paradiso si
trasforma in uno scivolo per gli inferi.
Luomo è ancora lì, a cavalcioni duna transenna
con le braccia strette a qualcosa che lo tiene ancora da questa
parte del mondo. La sua testa è piegata in una posa innaturale
verso la strada come se aspettasse qualcosa che non arriva e il
numero 32 storpiandosi è diventato unaltra cosa. Un
bambolina dalla testa di pezza, una cosa del genere.
Quando accosto e abbasso il finestrino sento che sta mormorando
una litania in una lingua che non conosco, i suoi occhi sono chiusi
da una forza eccessiva che comprime anche il naso e la fronte. Mi
guardo un attimo intorno e parlo.
- Che stai facendo?-
Lui apre gli occhi e lascia la presa. Si rimette in piedi di scatto
come se fosse stato scoperto. Giunge le mani e si mette in ginocchio
e ricomincia la litania alzando e abbassando lo sguardo che per
brevi istanti sincrocia col mio. Non so più se sbattergli
lo sportello in bocca o andarmene.
Poi respiro e dico Polska -?
Lui senza smettere di cantilenare risponde Doicht- e ripete
due o tre volte Doicht Doicht
Allora io scendo e lo tiro su. Gli faccio cenno di salire in macchina.
Lui sale. Salgo anchio. Puzza da fare schifo. Metto in moto
e riprendo a percorrere la mia rampa verso il paradiso, in direzione
Annunziata, giro a destra per Via Roma, arrivo alla villa dei migranti
dellest, quella dove prima cera uno stadio. Accosto
e gli dico di scendere. Lui mi guarda e dice Danke, danke
poi tende la mano e penso che stia per salutare invece dice
moneta, moneta
Io lo mando in quel posto fantastico dove tutti sono stati tante
volte nella vita. Affanculo.
Riprendo la mia rampa verso il paradiso quando ormai è notte
fonda. La mia donna dormirà? Varrà la pena di accendere
il caminetto a questora? E finita anche per oggi la
commedia infinita, la commedia disumana. A cummeddia.
silviostellato@yahoo.it
Stiamo
creando la prima compagnia di
teatro-popolare-contemporaneo-ribelle.
Non è necessaria esperienza. Benaccetti musicisti e atleti.
Chi volesse farne parte può contattare la redazione di Tam
tam oppure scrivere a Silviostellato@yahoo.it.
o telefonare al 349/2961730.
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