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Siamo
sicuri che questa guerra sia la nostra?
Il
coraggio di disertare
Sergio
Ercolano lottava tra la vita e la morte in una sala di rianimazione
e già il circo degli sciacalli, senza ritegno ed umana pietà,
vomitava odio invocando tolleranza zero. Come se la notte di follia
e di sangue di Avellino non fosse proprio figlia di una repressione
che non guarda in faccia nessuno, che viola diritti fondamentali,
che produce solo disperata e nichilista ribellione.
Sergio Ercolano è morto ed il mondo del calcio non ha versato
neppure una lacrima. Neppure un minuto di ipocrita silenzio. A ricordare
Sergio, i suoi ventanni, la sua morte assurda, solo i ragazzi delle
curve. Quelli che ora sono, tutti indistintamente, nell occhio
del ciclone. Colpevoli, non si sa bene di cosa, ma colpevoli. Soprattutto
di aver osato contestare l industria del pallone, un
industria che inquina più del PetrolKimiko, un moloch che
sull altare del business ha sacrificato morale, etica e passione
sportiva.
Neppure una lacrima. Anzi. Presidenti ed allenatori a caccia di
un 3 a 0 a tavolino, dirigenti sportivi corrotti ma nuovamente legittimati,
ministri e politicanti delle libertà pronti a
scatenare l ennesima repressione esemplare, forze dell
ordine che non sbagliano mai e, perché no, anonimi
ultras pronti a rilasciare truculente interviste ad
uso e consumo di una stampa giustizialista e meschina.
Sergio Ercolano è morto e la sua morte non ha generato silenzio,
rispetto, pietà. Anzi. La sua è una morte da sfruttare
per imporre le ricette di sempre, quelle funzionali alla trasformazione
del calcio in show business, quelle responsabili della notte di
follia di Avellino.
-Quali incidenti ha prevenuto lassurdo divieto di vendita
dei biglietti ai tifosi ospiti? Quale risultato ha ottenuto, se
non l innalzarsi delle tensioni, questo tentativo di boicottare
le trasferte per regalare clienti alla pay-tv?
-La militarizzazione degli stadi e l adozione di leggi speciali
hanno restituito tranquillità agli stadi o, viceversa, hanno
imposto un clima di terrorismo psicologico allontanando molti tifosi
e radicalizzando i comportamenti di altri?
-La criminalizzazione generalizzata e preventiva delle tifoserie
ultras è una triste necessità per combattere la violenza
o, piuttosto è funzionale all espulsione di massa dagli
stadi di intere
categorie sociali refrattarie agli stravolgimenti che il calcio
sta subendo?
Il nuovo divieto di vendita di biglietti a prezzo politico
o comunque a costo largamente inferiore ai prezzi di mercato,
sono parole del ministro Pisanu, vale da solo più di mille
risposte.
Un divieto assurdo, che non contribuirà a risolvere il problema
della violenza. Anzi. Repressione, solo repressione, sempre repressione,
con l ostinazione a non voler vedere i fenomeni di aggregazione
giovanile negli stadi anche come risorse, parliamo in termini di
socialità e solidarietà non di business, e non solo
come cancri da estirpare. Repressione. Tolleranza zero. Non della
violenza ma dei fenomeni sociali generati da questa nostra società
che ha paura di sé stessa e delle diversità e delle
contraddizioni che produce. Una società sotto assedio che
ha bisogno di mostri, di nemici, di alieni da combattere perché
è incapace ormai di leggersi criticamente, di ripensarsi.
Sergio Ercolano è morto ma intollerabili sono
le immagini della teppaglia che aggredisce le forze dell
ordine. La morte è già stata sdoganata dalle
mille guerre preventive e nella scala Richter dell indignazione
conta il lato della barricata in cui si muore. Bianco e nero, il
Bene ed il Male, amici e nemici, è questa società
ad essere ultras, con le sue incrollabili certezze, col divieto
di interrogarsi, di avere dei dubbi.
Sergio Ercolano è morto. Lo hanno pianto i ragazzi delle
curve, gli ultras. Lacrime amare. Che non possono, non devono diventare
di coccodrillo. Per rendere la morte di Sergio un po meno
inutile ci vuole coraggio, il coraggio di mettersi in discussione,
di affrontare le proprie contraddizioni. Di riflettere sul nodo-violenza
prima che diventi un cappio stretto al collo degli ultras e dei
tifosi tutti.
La battaglia, sacrosanta, contro il calcio trasformato in business,
contro la repressione preventiva, le leggi speciali e liberticide,
pericolose perché esportabili anche nella vita quotidiana
di tutti noi, questa battaglia non si vince a colpi di spranga.
Gli ultras hanno altre armi: la solidarietà, la passione
sportiva, la voglia di partecipazione. Farsi schiacciare su una
logica violenza-repressione-violenza servirà solo a generare
altre lacrime, altro dolore, altra rabbia. Ci vuole coraggio, il
coraggio di disertare una guerra perduta comunque. Una guerra da
combattere su di un altro piano, con altre armi. Perché non
esiste partita che valga una vita.
Associazione
Noi Ultras
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