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La
Juve come pretesto per gioire
La
Juve ha vinto lo scudetto n° 26, e la nostra città, emulando
tutte le altre, ha riempito le proprie piazze di colori bianconeri.
Lo ammetto: per una domenica ho messo da parte il Cosenza ed ho
seguito con passione (proprio quella che la nostra squadra non riesce
più a trasmettere) le sorti del massimo campionato, gufando
contro la Beneamata.
I soliti benpensanti, che probabilmente non avevano nulla da festeggiare,
subito hanno fatto sentire la propria voce, accusando i ragazzi
scesi in piazza a celebrare la Juve, di non tenere così tanto
alle sorti del Cosenza che, complice la sconfitta di Bari, è
impelagato in unaspra lotta per non retrocedere.
Ebbene, a nessuno è venuto in mente che lurlo rimasto
tagliente in gola a Verona lo scorso campionato e lo scarso attaccamento
dei giocatori di questa stagione al rosso e al blu, hanno gettato
la città in uno stato di sconforto sportivo? Ecco il motivo
di tanta esultanza. Le stesse scene le avremmo viste se a vincere
fossero state lInter o il Milan.
Cosenza è intrappolata come in una gabbia. Le uniche soddisfazioni
ci giungono dalle sfortune altrui (vedi Cossato o Cz-Sora) o proprio
dagli esiti del massimo campionato. Quel sentimento di felicità
e piacere smisurato che attendiamo dalla nostra squadra del cuore
e che non arriva mai, è appagato proprio da quelle squadre
con le quali sognamo di giocare.
Io ho gioito, ne avevo bisogno. Ho incanalato una serie troppo lunga
di delusioni sportive: la Reggina in A; Perugia-Juve; gli Europei;
la non-promozione del Cosenza
tutti episodi che, per uno come
me che fa del calcio il suo pane quotidiano, pesano eccome.
Vi dirò di più: non me ne frega niente che il primo
tifoso della Signora è un intimo amico di Berlusconi, che
i suoi ultras sono di destra (se li affrontassimo li manderei a
quel paese senza pensarci su), che ha vinto scudetti su scudetti
col favore degli arbitri (
ma poi, sarà vero?), che
per il gioco espresso meritava più la Roma
non me ne
frega niente di tutto questo, quello che mimporta è
che dopo tanto tempo ho potuto di nuovo urlare la mia soddisfazione.
Non me ne voglia nessuno per questo sfogo, in fondo ognuno di noi
ha due squadre: una è quella che vediamo in TV, zeppa di
campioni, dei quali poi ci precipitiamo a comprare la maglia alla
fiera di San Giuseppe, unaltra è quella che ci scorre
nelle vene fin dalla nascita e che nessuno MAI potrà farci
smettere di amare.
Antonio
Clausi
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