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Corsi
e ricorsi
Sempri
stessi cose. Ci risiamo. È diventata una vera e propria tradizione,
un rito. Come Pasqua, Ferragosto e Natale: lesonero di fine
stagione! Ogni anno di questi tempi, la società
lascia intendere dessere ostaggio di un gruppo di giocatori
ammutinati, ostili allallenatore. Per ricompattare lo spogliatoio,
lo mandano via e richiamano il tecnico dinizio campionato,
precedentemente esonerato senza troppi complimenti.
Dirigenza guascona, improbabile e senza midollo!
De Biasi, Sonzogni, Mondonico. La storia si ripete. È un
tormentone. Sempre le stesse facce, sempri stessi cose.
La scena è talmente ripetitiva, che si può indovinare
con facilità persino le parole che i commentatori stanno
per dire; siano essi organici alla Pagliuso calcio, oppure liberi
pensatori. In Tv, sulla carta, nelletere radiofonico,
si raccolgono solo frasi prevedibili ed opinioni stanche. La
colpa di chi è?, si chiedono in tanti. E ciascuno ha
la sua risposta, che sebbene appaia originale, passionale o coatta,
in realtà è vuota, assolutamente vuota.
Perché il calcio, inteso come evento sociale e popolare,
in questa città si è spento.
Non conquista più il centro dellimmaginario, per mille
motivi. Uno di questi è custodito nella storia recente del
Cosenza calcio. Quella degli ultimi sei o sette anni.
Una storia irta di cespugli spinosi, che non vale certo qui la pena
raccontare, tante sono le volte che labbiamo fatto; spesso
nel silenzio generale.
Il calcio è pieno di queste storiacce. Rappresentano la sua
essenza, da quando è divenuto industria, mercato, fiera.
Il Cosenza calcio gestione Bendicenti è solo
una delle tante putighe di questa fiera. Il pur rispettabilissimo
mestiere del putigaro, come tanti altri mestieri, si
può praticare con onore, o furbizia, con dignità o
malafede. Anche su questo argomento la tifoseria quando forse
cera ancora una tifoseria si è già espressa.
La contestazione a Pagliuso risale ormai alla fine del 900.
Quasi quasi ce ne siamo dimenticati. Bene, ognuno scrive la storia
come meglio crede. Secondo noi quello fu lultimo vero sprazzo
di vita rossoblù, un estremo tentativo di tornare ad assaporare
una passione, scacciando i baronetti che contribuivano ad umiliarla.
Era unutopia. Fu travolta da una coincidenza, che in seguito
sarà interpretata come una trama, una specie di complotto.
Da un versante opposto della città, infatti, altri furbacchioni
Benedicenti sognavano di mettere le mani sul malloppo,
impossessarsi di una ghiotta opportunità dimpresa:
una società di calcio. Persero questi, vinsero i Pagliuso.
Ma perdemmo pure noi, quelli che sognavamo di vedere il Cosenza
nelle mani di un principe azzurro, possibilmente non di Caricchio.
Da allora sembra di vivere in apnea, sottacqua. Perché
tutto ciò che si rimuove, ritorna. Il caso Mondonico
è emblematico. Lennesimo scivolone di un ambiente societario
friabile e risibile.
Mondonico e De Rosa, entrambi vittime! Ammesso che la parola vittima
si possa associare ad una persona che intasca centinaia di milioni
allanno. Forse le vere vittime siamo noi, che ci sentiamo
perennemente in bilico tra la voglia di divertirci ancora sostenendo
due colori, e la tentazione di urlare a squarciagola: che vadano
a fanculo tutti
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