Questa nicchia di rete è lo spazio di Tam Tam e Segnali di Fumo, periodico quindicinale, prodotto dalla curva sud dello stadio San Vito di Cosenza, zona liberata ed occupata dai Nuclei Sconvolti. Alla comunicazione via internet, così come ai gradini della curva e ai fogli del nostro giornale, affidiamo il compito di rappresentare i nostri sogni, le tensioni, la speranza, la rabbia.Da più di venti anni portiamo in giro per l'Italia e nelle piazze un modo di essere ultrà, che non coincide con i modelli imposti dalla mercificazione del calcio, dai mass-media e dalle manie nazistoidi. Siamo orgogliosi di aver ritagliato, in una valvola di sfogo costruita dal Potere, un momento di aggregazione, che finisce per trasformare lo spazio esterno, la città, condizionando le relazioni sociali.Questa nicchia di rete impressa su un monitor, vi racconta gli stati d'animo di un martellante Tam Tam, che risuona nella mente di esseri umani, capaci ancora di amare ed odiare...
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per le strade di Cosenza nr 6 del 21 aprile 2002
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Ciao Giacomo

Un saluto senza retorica ad una pagina della nostra storia

Adesso affacciamoci alla finestra, signore e signori. Dissolvenza sul grande “vecchio”, don Giacomo, che per i cosentini era l’Onorevole. Funerale alla Mao Tze Tung per Mancini, che come tutti i giusti, prima di spegnersi, ha sofferto tanto. E questo proprio non lo meritava. Mancini l’umanitario, il garantista, meridionale nell’indole, visceralmente cosentino, vendicativo e un po’ tiranno, ma socialista.
Il paesaggio cittadino, compresi i volti che lo animano, è una cartolina in cui ciascun frammento riconduce all’immagine di Mancini. Unisci i punti e scopri quale disegno si nasconde…zac, se fai attenzione appaiono i tratti di Don Giacomo.
Una città letteralmente adagiata sulle spalle del suo signore illuminato. Un puzzle, che lui si divertiva a scomporre e ricomporre. Di fronte ai deboli, diveniva tenero come un bambino. Ma gli altri li teneva tutti appesi per la gola. Persino i suoi avversari, anche quelli che si illudevano di infastidirlo, o di metterne in discussione l’autorità, finivano sempre e comunque per fargli gioco. Chi lo sosteneva, ne diveniva virtualmente suddito. E lui approfittava di cotanta bassezza per giocherellare.
Uno che ha alle spalle la storia contemporanea d’Italia, vissuta con intensità e vista con lo sguardo tagliente e sicuro del personaggio illustre, non può prendere sul serio la scena che lo circonda. Cosenza del secondo dopomillennio, agli occhi di un big della politica, formatosi nel secondo dopoguerra, deve essere un b-movie. Consiglieri comunali, segretari, e rappresentanti istituzionali dovevano apparire alla stregua di marionette, saltimbanchi calati in un canovaccio. Osservava tutti con latina pietas, e spesso si lasciava trasportare dall’affetto. A tratti era l’antipatia a prendere il sopravvento. Allora eri rovinato. Ma alla fine per lui si trattava di scene già viste, attori stanchi.
Sarebbe stato coinvolgente, piuttosto, vivergli a contatto qualche decennio fa. All’epoca sì che il tempo scorreva. Erano gli anni in cui l’Italia si divideva su questioni serie. Lui sceglieva volentieri la parte del torto. Mancini del ‘44 a Roma, o dell’85 ai funerali dell’autonomo “Pedro” ucciso dalla digos, doveva essere tutta un’altra storia. Un uomo immerso nei linguaggi e costumi popolari, amato particolarmente nelle zone periferiche della Calabria, in quei paesini sperduti da cui provenivano molte delle bandiere rosse che lo hanno accompagnato nell’ultimo viaggio da via del Liceo a colle Mussano. Perché considerare Mancini semplicemente “il sindaco-signore di Cosenza” è una banalità, un’offesa alla storia.
Gli ultimi anni, infatti, non sono stati i migliori della sua vicenda umana. È vero: per la città ha fatto tanto, ma era diventato irritante. Può sembrare cinico ricordarlo a poche ore dal suo spegnimento fisico. Però forse è più rispettosa la sincerità. Il Sindaco che sbarrava le porte della Casa delle culture, regalava edifici alle corporazioni, trasformava spudoratamente le cooperative in clack per i convegni e benzina elettorale, negava piazza Prefettura e Palazzo degli Uffici ai cortei, era ormai diventato insostenibile. È vero che a rendergli l’ultimo saluto c’era tanta gente, ma solo nel corteo funebre. Perché quando il feretro è arrivato in piazza, la folla si è dimezzata. Quattro o cinquemila al massimo hanno ascoltato gli interventi. Il resto ha preferito sciamare via. Metà dei cosentini amava lui, un’altra metà no, e quasi nessuno stima i suoi successori e tutto il codazzo.
I presenti erano sinceramente commossi. Gli assenti, forse, un tantino distaccati. Spiccava in piazza dei Bruzi il testone di Tony Negri. E poi c’erano i soliti quadretti cosentini. Quelli che da Mancini dipendevano, e non sanno ancora se continueranno a dipendere. Quelli che avevano fatto buoni calcoli per inserirsi nella corrente del suo razzo vettore, ed ora invece rischiano di restare con il deretano fracassato e senza ciliegie.
Adesso, però, inizierà un gigantesco regolamento di conti. Tutti contro tutti. La città non è più sotto vuoto. Tanti cani si scateneranno per azzannare l’osso. Insomma, si aprirà il vaso di Pandora ed usciranno tutti gli istinti più bassi, furie umane e canaglie politiche. Ci si sentirà un po’ meno nani, perché nell’aria non c’è più il “vecchio”.
“La morte è na livella”, diceva un altro principe meridionale. Ma per Mancini funziona al contrario: non serve a livellare il defunto, bensì quelli che rimangono.

Fidelio

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