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Ciao
Giacomo
Un
saluto senza retorica ad una pagina della nostra storia
Adesso
affacciamoci alla finestra, signore e signori. Dissolvenza sul grande
vecchio, don Giacomo, che per i cosentini era lOnorevole.
Funerale alla Mao Tze Tung per Mancini, che come tutti i giusti,
prima di spegnersi, ha sofferto tanto. E questo proprio non lo meritava.
Mancini lumanitario, il garantista, meridionale nellindole,
visceralmente cosentino, vendicativo e un po tiranno, ma socialista.
Il paesaggio cittadino, compresi i volti che lo animano, è
una cartolina in cui ciascun frammento riconduce allimmagine
di Mancini. Unisci i punti e scopri quale disegno si nasconde
zac,
se fai attenzione appaiono i tratti di Don Giacomo.
Una città letteralmente adagiata sulle spalle del suo signore
illuminato. Un puzzle, che lui si divertiva a scomporre e ricomporre.
Di fronte ai deboli, diveniva tenero come un bambino. Ma gli altri
li teneva tutti appesi per la gola. Persino i suoi avversari, anche
quelli che si illudevano di infastidirlo, o di metterne in discussione
lautorità, finivano sempre e comunque per fargli gioco.
Chi lo sosteneva, ne diveniva virtualmente suddito. E lui approfittava
di cotanta bassezza per giocherellare.
Uno che ha alle spalle la storia contemporanea dItalia, vissuta
con intensità e vista con lo sguardo tagliente e sicuro del
personaggio illustre, non può prendere sul serio la scena
che lo circonda. Cosenza del secondo dopomillennio, agli occhi di
un big della politica, formatosi nel secondo dopoguerra, deve essere
un b-movie. Consiglieri comunali, segretari, e rappresentanti istituzionali
dovevano apparire alla stregua di marionette, saltimbanchi calati
in un canovaccio. Osservava tutti con latina pietas, e spesso si
lasciava trasportare dallaffetto. A tratti era lantipatia
a prendere il sopravvento. Allora eri rovinato. Ma alla fine per
lui si trattava di scene già viste, attori stanchi.
Sarebbe stato coinvolgente, piuttosto, vivergli a contatto qualche
decennio fa. Allepoca sì che il tempo scorreva. Erano
gli anni in cui lItalia si divideva su questioni serie. Lui
sceglieva volentieri la parte del torto. Mancini del 44 a
Roma, o dell85 ai funerali dellautonomo Pedro
ucciso dalla digos, doveva essere tutta unaltra storia. Un
uomo immerso nei linguaggi e costumi popolari, amato particolarmente
nelle zone periferiche della Calabria, in quei paesini sperduti
da cui provenivano molte delle bandiere rosse che lo hanno accompagnato
nellultimo viaggio da via del Liceo a colle Mussano. Perché
considerare Mancini semplicemente il sindaco-signore di Cosenza
è una banalità, unoffesa alla storia.
Gli ultimi anni, infatti, non sono stati i migliori della sua vicenda
umana. È vero: per la città ha fatto tanto, ma era
diventato irritante. Può sembrare cinico ricordarlo a poche
ore dal suo spegnimento fisico. Però forse è più
rispettosa la sincerità. Il Sindaco che sbarrava le porte
della Casa delle culture, regalava edifici alle corporazioni, trasformava
spudoratamente le cooperative in clack per i convegni e benzina
elettorale, negava piazza Prefettura e Palazzo degli Uffici ai cortei,
era ormai diventato insostenibile. È vero che a rendergli
lultimo saluto cera tanta gente, ma solo nel corteo
funebre. Perché quando il feretro è arrivato in piazza,
la folla si è dimezzata. Quattro o cinquemila al massimo
hanno ascoltato gli interventi. Il resto ha preferito sciamare via.
Metà dei cosentini amava lui, unaltra metà no,
e quasi nessuno stima i suoi successori e tutto il codazzo.
I presenti erano sinceramente commossi. Gli assenti, forse, un tantino
distaccati. Spiccava in piazza dei Bruzi il testone di Tony Negri.
E poi cerano i soliti quadretti cosentini. Quelli che da Mancini
dipendevano, e non sanno ancora se continueranno a dipendere. Quelli
che avevano fatto buoni calcoli per inserirsi nella corrente del
suo razzo vettore, ed ora invece rischiano di restare con il deretano
fracassato e senza ciliegie.
Adesso, però, inizierà un gigantesco regolamento di
conti. Tutti contro tutti. La città non è più
sotto vuoto. Tanti cani si scateneranno per azzannare losso.
Insomma, si aprirà il vaso di Pandora ed usciranno tutti
gli istinti più bassi, furie umane e canaglie politiche.
Ci si sentirà un po meno nani, perché nellaria
non cè più il vecchio.
La morte è na livella, diceva un altro principe
meridionale. Ma per Mancini funziona al contrario: non serve a livellare
il defunto, bensì quelli che rimangono.
Fidelio
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