Questa nicchia di rete è lo spazio di Tam Tam e Segnali di Fumo, periodico quindicinale, prodotto dalla curva sud dello stadio San Vito di Cosenza, zona liberata ed occupata dai Nuclei Sconvolti. Alla comunicazione via internet, così come ai gradini della curva e ai fogli del nostro giornale, affidiamo il compito di rappresentare i nostri sogni, le tensioni, la speranza, la rabbia.Da più di venti anni portiamo in giro per l'Italia e nelle piazze un modo di essere ultrà, che non coincide con i modelli imposti dalla mercificazione del calcio, dai mass-media e dalle manie nazistoidi. Siamo orgogliosi di aver ritagliato, in una valvola di sfogo costruita dal Potere, un momento di aggregazione, che finisce per trasformare lo spazio esterno, la città, condizionando le relazioni sociali.Questa nicchia di rete impressa su un monitor, vi racconta gli stati d'animo di un martellante Tam Tam, che risuona nella mente di esseri umani, capaci ancora di amare ed odiare...
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vita di curva nr 3 del 3 marzo 2002
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La mia trasferta

Cronaca di una scelta difficile e sofferta

Il mio amico e fratello Loris, dal carcere, mi chiedeva: “Come vanno le cose in curva?”. La sua non era una domanda retorica. Su per giù, corrisponde a qualcosa del tipo: “E mamma come sta?”
Già, una mamma. Perché per noi è questo che rappresenta quella grossa fetta d’anguria di cemento. Un’arca materna in cui ogni giorno brulicano i corpi di persone che t’accompagnano per tutta la vita. Per uno che vive in una grossa città, e segue una grande squadra, non è facile comprendere cosa provi un ultrà del Cosenza, o dell’Ancona, o di qualunque altra realtà provinciale. Perché nelle metropoli, tutto è dispersivo. Anche le curve.
Insomma, a Loris non potevo negare la verità. Bisognava che glielo dicessi. Da almeno un paio d’anni, il nostro branco si era ridotto ad un’accozzaglia di minuscole comitive vaganti. L’epopea degli anni ottanta era ormai un ricordo nostalgico. I Nuclei Sconvolti, di fatto, non esistevano più. E il senso di smarrimento si avvertiva soprattutto in trasferta.
Avevo letto il libro di Valerio. Lui lo spiega benissimo. Marchi è uno che in Inghilterra ci va spesso. Ed è stato uno dei primi a descrivere il fenomeno delle “firm”. In poche parole, sul finire degli anni ottanta, per sfuggire alla repressione, gli hooligans hanno capito che dovevano camuffarsi. Niente più look pittoreschi, schiamazzi nelle stazioni e cortei coreografici. Fu così che iniziarono a travestirsi, indossando abiti “borghesi”, o addirittura firmati.
A dire la verità, questa storia me l’avevano già raccontata prima che leggessi il libro. Mi sembrava una faccenda troppo romanzata. Poi, però, quando seppi che Vincenzo Claudio Spagnolo era stato pugnalato da un milanista che viaggiava con un gruppo in incognito, un brivido m’aveva attraversato la schiena. E avevo pensato: “Travestirsi è schifoso. Se un giorno dovessi rinunciare alla mia sciarpa, smetterei di essere ultrà”.
Fu in una mattina di febbraio, nella sala d’attesa della stazione di Napoli, che cominciai a cambiare idea. Quella poliziotta doveva avere problemi di convivenza sessuale con il marito. Perché era acida come una pisciata alcolica. Aveva due occhiaie più marcate delle mie, che pure venivo da due notti e una giornata di sballi vari e sonno zero. Impugnava la radiolina come se fosse un vibratore guasto. Me la roteava davanti agli occhi in modo minaccioso: “Tu da qui non esci, dammi i documenti e basta”.
“Mi scusi ispettrice. Se vuole i documenti glieli regalo, ma la prego, mi faccia uscire. Devo andare al bagno”.
“Stai zitto, altrimenti da qui uscirai solo per finire negli uffici polfer”.
Cosa era successo prima che mi ritrovassi in stato di sequestro in quella fottutissima sala d’attesa? Niente! Assolutamente niente. Semplicemente, gli sbirri avevano saputo che dal nord arrivavano gli ultrà del Cosenza. Volevano solo identificarci e tenerci per motivi di sicurezza rinchiusi in sala d’attesa. Mi ripetevo: “Ma vedi tu se a trent’anni mi tocca chiedere ad una stronza se per piacere posso andare a farmi una pisciata”.
In quel periodo eravamo in pochi ad affrontare le trasferte. Però ci scialavamo. Il tema dei viaggi era la risata. Un continuo, serrato, scrosciare di ilarità dall’inizio alla fine. E la cosa che più ci esaltava era il ritorno a casa. Quando la mattina, sporco e rincoglionito attraversi la città, mentre tutti vanno a lavorare. Hai ancora la sciarpa al collo, e le immagini della trasferta infilate nella mente.
Quella sciarpa, però, decisi solo un mese dopo di non indossarla più fuori dai confini cosentini. Eravamo tornati a Napoli, ma questa volta per andare al San Paolo. Ci trovavamo nel sottopassaggio della stazione, in attesa di salire sui pullman. In prima fila c’erano un po’ di ragazzi, che sfottevano gli sbirri. La bottiglietta sul casco, poi lo spintone e la battuta. Alla fine la celere ha caricato. I ragazzini si sono dileguati. Siamo rimasti in cinque o sei. Senza nemmeno fare resistenza. Cercavamo solo di fare ragionare gli sbirri: “Oh calmatevi che non è successo nulla”. Quelli ci hanno sommerso di botte. Tanto per cambiare, ad avere la peggio sono stato io. Mi ci è voluta una mattinata in sala operatoria per tornare come prima.
Da quel momento in poi, mi sono detto: il gruppo non esiste più. Le divise blu picchiano come martelli pneumatici. La forza di reagire non ce l’abbiamo. Però a questa passione non posso rinunciare. Perché fa parte della mia esistenza. Allora, sai che faccio? Mi camuffo anch’io. Viaggio con i miei fratelli finché è possibile. Ma quando le circostanze lo richiedano, ritorno ad essere un normale cittadino. L’importante è non farsi ingabbiare dalle scorte. Non essere così scemi da lasciarsi brutalizzare da chi in teoria dovrebbe garantire la tua incolumità.
Il metodo ha funzionato. E finalmente ho avuto la possibilità di vedere che effettivamente, al di là delle stazioni e degli stadi ci sono delle città. Cosa di cui non mi ero mai accorto in tanti anni di trasferte. Bisogna ammettere che i rischi non sono diminuiti. Ci sono più possibilità di imbattersi in gruppi avversari. Fuori dal branco, ci si sente soli ed indifesi. Tuttavia, qualunque esperienza è meno violenta e mortificante di un’aggressione poliziesca. A Napoli, quando mi hanno visto insanguinato, gli sbirri di Cosenza ridacchiavano. Sì, proprio quelli che poi vengono in stazione e ti danno una pacca sulla spalla. Ridacchiavano. Perché per loro noi siamo carne da macello, strumenti di lavoro, utensili per guadagnare un po’ di straordinario. In trasferta, badano solo ad assicurare che gli ultrà siano sufficientemente estranei al resto della massa. Se i supporters appaiono “normali”, non sono riducibili a moneta di scambio. Perché se la gente comune non ha paura, lo Stato non può spendere soldi per arginare la causa di questa paura.
Ma quando gli ultrà spariscono, diventano “invisibili”, viene a mancare una delle più valide motivazioni che finanziano la “pubblica sicurezza”. Come ha detto recentemente un funzionario di polizia ad un cronista che lo intervistava: “Il problema è rappresentato da quelle tifoserie come, per esempio, i cosentini. Non si sa quanti sono, a che ora partono, né quando arrivano. Appaiono all’improvviso. E soprattutto, non pagano mai il biglietto”.

Fidelio

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