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La
mia trasferta
Cronaca
di una scelta difficile e sofferta
Il mio amico e fratello Loris, dal carcere, mi chiedeva:
Come vanno le cose in curva?. La sua non era una domanda
retorica. Su per giù, corrisponde a qualcosa del tipo: E
mamma come sta?
Già, una mamma. Perché per noi è questo che
rappresenta quella grossa fetta danguria di cemento. Unarca
materna in cui ogni giorno brulicano i corpi di persone che taccompagnano
per tutta la vita. Per uno che vive in una grossa città,
e segue una grande squadra, non è facile comprendere cosa
provi un ultrà del Cosenza, o dellAncona, o di qualunque
altra realtà provinciale. Perché nelle metropoli,
tutto è dispersivo. Anche le curve.
Insomma, a Loris non potevo negare la verità. Bisognava che
glielo dicessi. Da almeno un paio danni, il nostro branco
si era ridotto ad unaccozzaglia di minuscole comitive vaganti.
Lepopea degli anni ottanta era ormai un ricordo nostalgico.
I Nuclei Sconvolti, di fatto, non esistevano più. E il senso
di smarrimento si avvertiva soprattutto in trasferta.
Avevo letto il libro di Valerio. Lui lo spiega benissimo. Marchi
è uno che in Inghilterra ci va spesso. Ed è stato
uno dei primi a descrivere il fenomeno delle firm. In
poche parole, sul finire degli anni ottanta, per sfuggire alla repressione,
gli hooligans hanno capito che dovevano camuffarsi. Niente più
look pittoreschi, schiamazzi nelle stazioni e cortei coreografici.
Fu così che iniziarono a travestirsi, indossando abiti borghesi,
o addirittura firmati.
A dire la verità, questa storia me lavevano già
raccontata prima che leggessi il libro. Mi sembrava una faccenda
troppo romanzata. Poi, però, quando seppi che Vincenzo Claudio
Spagnolo era stato pugnalato da un milanista che viaggiava con un
gruppo in incognito, un brivido maveva attraversato la schiena.
E avevo pensato: Travestirsi è schifoso. Se un giorno
dovessi rinunciare alla mia sciarpa, smetterei di essere ultrà.
Fu in una mattina di febbraio, nella sala dattesa della stazione
di Napoli, che cominciai a cambiare idea. Quella poliziotta doveva
avere problemi di convivenza sessuale con il marito. Perché
era acida come una pisciata alcolica. Aveva due occhiaie più
marcate delle mie, che pure venivo da due notti e una giornata di
sballi vari e sonno zero. Impugnava la radiolina come se fosse un
vibratore guasto. Me la roteava davanti agli occhi in modo minaccioso:
Tu da qui non esci, dammi i documenti e basta.
Mi scusi ispettrice. Se vuole i documenti glieli regalo, ma
la prego, mi faccia uscire. Devo andare al bagno.
Stai zitto, altrimenti da qui uscirai solo per finire negli
uffici polfer.
Cosa era successo prima che mi ritrovassi in stato di sequestro
in quella fottutissima sala dattesa? Niente! Assolutamente
niente. Semplicemente, gli sbirri avevano saputo che dal nord arrivavano
gli ultrà del Cosenza. Volevano solo identificarci e tenerci
per motivi di sicurezza rinchiusi in sala dattesa. Mi ripetevo:
Ma vedi tu se a trentanni mi tocca chiedere ad una stronza
se per piacere posso andare a farmi una pisciata.
In quel periodo eravamo in pochi ad affrontare le trasferte. Però
ci scialavamo. Il tema dei viaggi era la risata. Un continuo, serrato,
scrosciare di ilarità dallinizio alla fine. E la cosa
che più ci esaltava era il ritorno a casa. Quando la mattina,
sporco e rincoglionito attraversi la città, mentre tutti
vanno a lavorare. Hai ancora la sciarpa al collo, e le immagini
della trasferta infilate nella mente.
Quella sciarpa, però, decisi solo un mese dopo di non indossarla
più fuori dai confini cosentini. Eravamo tornati a Napoli,
ma questa volta per andare al San Paolo. Ci trovavamo nel sottopassaggio
della stazione, in attesa di salire sui pullman. In prima fila cerano
un po di ragazzi, che sfottevano gli sbirri. La bottiglietta
sul casco, poi lo spintone e la battuta. Alla fine la celere ha
caricato. I ragazzini si sono dileguati. Siamo rimasti in cinque
o sei. Senza nemmeno fare resistenza. Cercavamo solo di fare ragionare
gli sbirri: Oh calmatevi che non è successo nulla.
Quelli ci hanno sommerso di botte. Tanto per cambiare, ad avere
la peggio sono stato io. Mi ci è voluta una mattinata in
sala operatoria per tornare come prima.
Da quel momento in poi, mi sono detto: il gruppo non esiste più.
Le divise blu picchiano come martelli pneumatici. La forza di reagire
non ce labbiamo. Però a questa passione non posso rinunciare.
Perché fa parte della mia esistenza. Allora, sai che faccio?
Mi camuffo anchio. Viaggio con i miei fratelli finché
è possibile. Ma quando le circostanze lo richiedano, ritorno
ad essere un normale cittadino. Limportante è non farsi
ingabbiare dalle scorte. Non essere così scemi da lasciarsi
brutalizzare da chi in teoria dovrebbe garantire la tua incolumità.
Il metodo ha funzionato. E finalmente ho avuto la possibilità
di vedere che effettivamente, al di là delle stazioni e degli
stadi ci sono delle città. Cosa di cui non mi ero mai accorto
in tanti anni di trasferte. Bisogna ammettere che i rischi non sono
diminuiti. Ci sono più possibilità di imbattersi in
gruppi avversari. Fuori dal branco, ci si sente soli ed indifesi.
Tuttavia, qualunque esperienza è meno violenta e mortificante
di unaggressione poliziesca. A Napoli, quando mi hanno visto
insanguinato, gli sbirri di Cosenza ridacchiavano. Sì, proprio
quelli che poi vengono in stazione e ti danno una pacca sulla spalla.
Ridacchiavano. Perché per loro noi siamo carne da macello,
strumenti di lavoro, utensili per guadagnare un po di straordinario.
In trasferta, badano solo ad assicurare che gli ultrà siano
sufficientemente estranei al resto della massa. Se i supporters
appaiono normali, non sono riducibili a moneta di scambio.
Perché se la gente comune non ha paura, lo Stato non può
spendere soldi per arginare la causa di questa paura.
Ma quando gli ultrà spariscono, diventano invisibili,
viene a mancare una delle più valide motivazioni che finanziano
la pubblica sicurezza. Come ha detto recentemente un
funzionario di polizia ad un cronista che lo intervistava: Il
problema è rappresentato da quelle tifoserie come, per esempio,
i cosentini. Non si sa quanti sono, a che ora partono, né
quando arrivano. Appaiono allimprovviso. E soprattutto, non
pagano mai il biglietto.
Fidelio
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