Questa nicchia di rete è lo spazio di Tam Tam e Segnali di Fumo, periodico quindicinale, prodotto dalla curva sud dello stadio San Vito di Cosenza, zona liberata ed occupata dai Nuclei Sconvolti. Alla comunicazione via internet, così come ai gradini della curva e ai fogli del nostro giornale, affidiamo il compito di rappresentare i nostri sogni, le tensioni, la speranza, la rabbia.Da più di venti anni portiamo in giro per l'Italia e nelle piazze un modo di essere ultrà, che non coincide con i modelli imposti dalla mercificazione del calcio, dai mass-media e dalle manie nazistoidi. Siamo orgogliosi di aver ritagliato, in una valvola di sfogo costruita dal Potere, un momento di aggregazione, che finisce per trasformare lo spazio esterno, la città, condizionando le relazioni sociali.Questa nicchia di rete impressa su un monitor, vi racconta gli stati d'animo di un martellante Tam Tam, che risuona nella mente di esseri umani, capaci ancora di amare ed odiare...
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culti e culture nr 13 del 5 Novembre 2002
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Una storia di periferia

Il citofono era rotto. Sto provando a raccontarvi una storia di periferia disagiata, mica di zona residenziale. Dunque c’era il citofono rotto e sopra, con la bomboletta c’era disegnata una svastica. Il ragazzino fece fatica a leggere il nome che cercava. Poi lo vide: Lentini. Allora fu sicuro che il suo nuovo amico abitasse proprio lì. Si erano conosciuti quella mattina a scuola e avevano deciso di incontrarsi nel pomeriggio. Però, dicevamo, il citofono era rotto, quindi il ragazzino fece tre passi indietro e cominciò ad urlare – Luis ! Luis! Scendi!—
Da una finestra con le ante consumate per le intemperie comparve una donna spettinata e dall’aria stanca – Cosa vuoi?— disse al ragazzino – Luis non c’è, sta sempre in giro quello. Tu chi sei? Chi ti conosce?—
--Sono Filippo, Antonelli Filippo, signora. A che ora torna Luis?—
La signora gli diede un’occhiataccia senza rispondere e si richiuse dentro. Filippo si guardò un pò intorno. Erano le quattro del pomeriggio. Quel caseggiato gli faceva un pò paura, sembrava deserto e i palazzi erano disposti in modo da formare una vera e propria arena: se si fossero affacciati tutti gli inquilini contemporaneamente, si sarebbe avuta l’impressione di stare al colosseo. E poi i muri erano tappezzati di scritte e graffiti e il porticato era disseminato d’immondizie: bucce di banana, lattine, preservativi, siringhe e tutto il resto. Tre ragazzini comparvero in lontananza. E dovevano essere d’origine nordafricana, pensò Filippo. Andarono dritti verso di lui. – Imperatore, guarda chi abbiamo qui!—disse quello dei tre che aveva la testa rasata—vuoi vedere che è stato lui a fare questo simpatico disegnino sul citofono...—
L’imperatore fece due passi avanti, mise la sua faccia ad un centimetro da quella di Filippo e fece un’espressione da rotweiler tenendo sempre le mani in tasca.
--E’ vero quello che dice Dajo? – disse .
--Non sono stato io—rispose Filippo con un filo di voce e la testa bassa.
L’imperatore in realtà si chiamava Aurelio, ma lo chiamavano tutti “Imperatore” per il fatto che poteva spadroneggiare tra i ragazzini della sua età in almeno tre caseggiati confinanti con il suo. Rivolgendosi a quello più basso dei tre, l’Imperatore fece un cenno con due dita. E il più basso dei tre, che tutti chiamavano Edu, si avvicinò e fece scattare la lama del suo serramanico. Le cose per Filippo si stavano mettendo male. Fortuna che Dajo, quello pelato, notò una sagoma che da sotto il porticato si avvicinava a loro caracollando. – arriva qualcuno... – disse. Gli altri tre si voltarono all’unisono per vedere e Filippo man mano che la sagoma si avvicinava poté tirare un sospiro di sollievo.
Infatti, un attimo dopo, un ragazzino altoe con i capelli lunghi e legati all’indietro in una coda, era lì tra loro. Era proprio Luis, il suo nuovo amico.

Luis mise le cose a posto. Spiegò all’Imperatore che Filippo non c’entrava niente con la svastica, ch’era invece il ragazzo che quella sera avrebbe giocato insieme a loro; prese il serramanico dalle mani di Edu, lo richiuse e glielo restituì. Poi diede una pacca sulla testa di Filippo e gli disse che se non aveva bisogno di andar a cambiare il pannolino, potevano andare a giocare a pallone come previsto. Tutti si fecero una grassa risata ed Edu cominciò a sfottere dicendo uff...e tappandosi il naso...

Non si poteva più giocare nello spiazzo della autorimessa, perché il proprietario, il cavalier Fabiano Belruttoni, aveva rifiutato l’offerta dell’associazione “contro il disagio giovanile”. Costoro, intendevano costruire in loco un centro culturale aggregativo per lo sviluppo dell’identità e delle potenzialità culturali dei minori. Il cavaliere si era espresso in termini assolutamente favorevoli riguardo ai principi ispiratori dell’iniziativa ma l’aveva ritenuta economicamente inadeguata in quanto ammontava a novecentoquarantaquattromila euro. Aveva invece accettato con entusiasmo la ben più sostanziosa e produttiva offerta dell’ente “dei costruttori di centri commerciali e ponti sullo stretto” che consisteva in ben novecentoquarantaquattromila euro virgola cinquanta. Con questa operazione commerciale il cavalier Belruttoni avrebbe venduto lo spazio inutilizzato dell’ex autorimessa, creato posti di lavoro, migliorato la qualità della vita dei suoi concittadini, che avrebbero potuto spendere e spandere meglio e di più e sarebbe diventato socio appaltatore per la costruzione del ponte sull’istmo del fiume Crati in località Cannuzze.
Ma di queste cose di alta finanza, Luis, Edu, Dajo e Filippo, non ne capivano niente, loro erano figli di gente povera. A loro sembrava una stronzata il fatto che non si potesse più giocare nello spiazzo dell’autorimessa. Per non parlare dell’Imperatore che non sapeva che farsene di un centro commerciale... non aveva mai una lira! Era convinto di far parte di quella categoria di cittadini che non aveva mai avuto una lira in passato, non aveva una lira nel presente e con buona probabilità non avrebbe mai avuto una lira neanche in futuro. Non era certo a lui che si rivolgeva quel signore in giacca e cravatta del telegiornale quando parlava di azioni convertibili!

Ad ogni modo si sarebbe giocato comunque. Visto che non c’era l’autorimessa a disposizione, si era deciso che avrebbero giocato sul cemento del cortile. E così fu. La partita manco a dirlo fu memorabile. Il caseggiato sembrava il colosseo. Stream e Telepiù non c’erano e non se ne accorse nessuno.

Il giorno dopo, l’Imperatore sedette con un balzo sulla carcassa di una vecchia auto bruciata. Gli altri stavano seduti a terra in cerchio, Edu masticava un filo d’erba e ripensava alle azioni migliori del match.
--certe volte sogno di diventare un campione ricco e famoso – disse.
Dall’alto di quella collina dov’erano andati a far niente potevano vedere la loro città per intero.
--a me piacciono le fotografie, io voglio fare il fotografo— disse l’imperatore – mi piacerebbe frequentare una di quelle scuole dove s’impara questo—
Potevano vedere anche lo spiazzo dell’autorimessa dall’alto di quella collina.
-- mi piacerebbe andarmene in giro e fotografare tutte le cose belle del mondo, le minigonne, i bambini, i divi dello sport...—
Si potevano vedere le ruspe che cominciavano a scavare per le fondamenta.
-- io vorrei diventare un veterinario—disse Filippo.

Le fondamenta del nuovo centro commerciale che sarebbe nato come un fungo –-- e curare le mucche, i maiali e i cani –
Un fungo che avrebbe attratto i suoi seguaci con la sua melodia inconfondibile.
-- ed io il cuoco— cominciò a dire Dajo.
Sarebbe cresciuto un enorme fungo pieno di formiche operaie di lì a poco.
L’imperatore l’interruppe bruscamente.--Smettiamola con queste smancerie, basta! Dobbiamo ancora scoprire chi ha disegnato quella svastica, e poi andarlo a cercare, sembriamo tutti signorine intente a sognare. Muoviamoci!—

Si mossero. Il prosieguo di questa storia di periferia disagiata non ve lo racconto. Ve lo lascio immaginare. Non a tutti è consentito diventare assi dello sport. Ma questo non conta. Non a tutti è consentito diventare ricchi, e questo passi. Non a tutti è consentito di smettere di essere poveri in canna. E questo è un guaio. Non a tutti è consentito di usare quegli strumenti elementari, indispensabili a credere in se stessi. E questo è un dramma, quando la tua società è un immenso centro commerciale.

Silviostellato@yahoo.it

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