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Le
curve nellera delle corporazioni
Non
cè calcio senza razzismo. Al di là di facili
scorciatoie retoriche, è la cruda verità. E in questo
discorso, è fondamentale stabilire precise linee di demarcazione.
Perché in tempi recenti, un po tutti ci siamo concentrati
su aspetti esteriori del fenomeno.
Quando allinizio degli anni novanta, dalle gradinate si levarono
i primi buu allindirizzo dei giocatori di colore, il fatto
richiamò lattenzione generale. Tra i primi stadi in
cui questo rito si consumò, cera Firenze.
La stessa tifoseria viola, che può essere tacciata di tutto
tranne che dessere fascistoide, intonò coretti insidiosi
come, per esempio, Chi non salta è marocchino.
Era il periodo in cui Firenze finì sulle cronache per i raid
ai danni di immigrati, avvenuti nel centro cittadino. Pare che quelle
spedizioni punitive fossero state commissionate da commercianti
desiderosi di fare piazza pulita.
Allorigine, dunque, cera sì un problema sociale,
tuttavia non riconducibile a strumentalizzazioni politiche.
Fu più o meno nello stesso periodo che le cronache scoprirono
gli sfottò contro i meridionali. Lo ricordo benissimo. Eravamo
sulla nave che ci riportava a casa, dopo un Cagliari-Cosenza. Ei
ei, hanno sottotitolato i veronesi, mi disse un compagno di
viaggio. In effetti, in televisione stavano mandando le immagini
di Verona-Napoli. Dalla curva scaligera si levò un perentorio:
Quanto puzzate, terroni quanto puzzate. La redazione
del Tg1 pensò di riscrivere la frase in fondo allo schermo,
in modo che anche i meno abituati al gergo delle curve comprendessero
il significato di quellurlo di massa. La notizia fece scandalo.
In poche settimane, lo slogan rimbalzò in tantissimi stadi.
Si trattò di manifestazioni razziste? In un certo senso sì.
Più che altro, il problema era destinato ad ingrandirsi col
passare del tempo. Perché è ovvio che sia nelle grandi
curve metropolitane in crisi di identità, sia in quei gruppi
apertamente schierati a destra o simpatizzanti della Lega, leaders
consolidati o emergenti fecero di tutto per far entrare lusanza
nella zucca dei più giovani. Ci riuscirono. Il messaggio
attecchiva in una cultura predisposta a denigrare laltro,
ed a farlo approfittando della sua presunta appartenenza a questa
o quella etnia, comunità territoriale o municipale. Da sempre,
i montanari chiamano pescatori gli ultrà
provenienti da città marittime, e viceversa. Il nord polentone
ed annebbiato contro il sud terrone e albanese.
È un repertorio interminabile ed inflazionato. Non è
il caso di soffermarsi qui oltre.
Ciò che conta, oggi, è analizzare unaltra forma
di razzismo, maggiormente sottile e di origine recente. Certamente
più pericolosa delle precedenti. Il termine adatto è
corporativismo. Con la blindatura degli stadi, avviata
dalla Dc, proseguita dagli esecutivi tecnici, nuovamente
teorizzata dal centrosinistra e potenziata dal governo di centrodestra,
si verifica un fatto nuovo. Ogni domenica, e anche il sabato, diverse
categorie umane, sociali e lavorative, si ritrovano lun contro
laltra armate, schierate in trincea, a difesa di una legalità
arbitraria e violenta. Ferrovieri, addetti degli autogrill, agenti
e militari delle numerose polizie italiane, si preparano settimanalmente
a combattere la loro guerra contro gli ultrà. Una guerra
che a dispetto dei dati trionfalistici diffusi dal ministero dellInterno,
lanno scorso si è avverata in maniera ben più
cruenta del passato.
Ciascuna corporazione incrocia le altre, ed impara ad odiarle. È
un rancore sociale destinato a produrre alienazione e scontro. La
razza delle divise, contro quella dei fans cantanti,
contro la gente comune. Colori, linguaggi e costumi differiscono.
Il problema, in effetti, è sempre esistito. Oggi sta toccando
punte altissime. Basta starci dentro una giornata per capirlo. I
livelli di sopportazione hanno raggiunto lapice. A ciascuno,
gli altri cominciano veramente a fare schifo, anche da un punto
di vista epidermico, di pelle.
Sono talmente alte le barriere simboliche poste a dividere le corporazioni,
che le conseguenze traboccano nel quotidiano, seminando rancori
che ricordano le scene del film di Kassowitz. Il vero odio razziale,
in fondo, è questo. Tutto il resto è una messinscena.
Ed io stesso, nonostante i miei 31 anni ed una coscienza antifascista,
di fronte a certi individui che mi osservano con lodio negli
occhi, comincio a sentirmi un pochino razzista. Troppe volte, vedendo
la brutalità statale ed i suoi esecutori, mi chiedo: Ma
siamo davvero tutti figli di Adamo ed Eva?
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