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Massimo
Bubola
Dai
Gang a Fiorella Mannoia a Fabrizio De André
Il
Agli inizi degli anni 90 il fenomeno delle Posse cercò
di mettere al centro dellattenzione un nuovo linguaggio comunicativo:
quello del rap, fiumi di parole legate dalla ferrea legge della
metrica. Una della canzoni simbolo recitava Potere
alla parola. Questa è stata la sensazione principale
emersa durante il concerto acustico tenuta da Massimo Bubola a Rovito,
accompagnato dalla sua chitarra e dal violino magistrale di Michele
Gazich. Le canzoni scarnificate dallelettricità non
hanno perso in efficacia, e lurgenza rock che è nel
loro Dna è emersa prepotentemente attraverso la poetica del
cantautore veneto. Alla fine una breve ma intensa chiacchierata,
ha posto il suggello ad una splendida serata, che ha visto protagonista
la canzone italiana.
Il tuo percorso artistico è caratterizzato da una forte contaminazione
delle radici popolari con il rock, senza cadere negli stereotipi.
Io ho cultura contadina, ed il rock è come una Koinè,
una sorta di lingua comune delloccidente, un po come
larte romanica. Per dare dignità al rock bisognava
contaminarla con le proprie radici popolari, comè successo
in Irlanda dove la forte tradizione popolare ha saputo indirizzare
il rock in direzioni diverse. Basta guardare a cosa hanno fatto
gruppi come gli U2, i Pogues o i Chieftains e tanti altri. Io ho
cercato di dare al rock una valenza letteraria, perché ai
miei tempi il rock era qualcosa di adolescenziale, senza pretese.
In un certo senso ho cercato di dare un contributo italiano a questa
grande musica che il rock.
Una profondità letteraria che andasse a contrastare con il
rock urlato?
Il rock in Italia è una musica molto fraintesa. E una
musica che ha pochi accordi e che nasce da tre filoni che sono il
blues, la musica celtica e quella anglosassone. Ecco allora che
se uno fa rock in portoghese, non è che urlando diventa francese.
Da noi tutto quello che è fracasso viene etichettato con
rock. Io trovo invece che lo si possa suonare, sia con la chitarra
elettrica sia quella classica, poi il tutto si sposa bene con la
nostra musica popolare, anchessa fatta di pochi accordi e
con la stessa struttura armonica. Se, come sembra, verrà
assegnato il premio Nobel a Bob Dylan, al rock verrà riconosciuta
la valenza letteraria, perché è stato un grande veicolo
di promozione della poesia, nel secondo novecento.
Qual è lidea di base che ti ha spinto a pubblicare
i tre capitoli de Il Cavaliere elettrico? Un momento
di riflessione o un ridare dignità rock ai molti brani famosi
incisi con De Andrè o la Mannoia?
La motivazione di fondo è questa. Quando io ho lavorato insieme
a Fabrizio De Andrè, non avendo lui una cultura rock, le
canzoni venivano mediate con il suo mondo. Con questi dischi registrati
dal vivo io li ho riportati alla mia visione delle cose. Poi cè
anche laspetto di ridare visibilità ad alcune delle
mie canzoni, presenti su alcuni dischi che non vengono più
ristampati, per cui mi sembrava giusto farle conoscere alle giovani
generazioni.
Hai lavorato con gruppi come i Gang e gli Estra in passato, continui
ad osservare la scena rock italiana?
In verità non la seguo poi tanto. Secondo me manca di qualità
nei testi per definirsi scena rock. Se guardiamo allestero
a gruppi come i Pearl Jam o ad uno degli ultimi rocker come Mark
Lanegan, noti come questi abbiamo dei grandi testi. Io non so se
sono più sfortunato di altri, mi pare di avvertire questa
mancanza di qualità letteraria in Italia. Abbiamo delle buone
band ma lacunose dal punto di vista dei testi, ed il rock non può
prescindere da essi.
Di cosa tratterà il quarto volume della quadrilogia live?
Manca il volume dei Ritratti, unaltra visione
delle ballate che ho scritto ispirandomi appunto a dei ritratti,
anche se credo che verrà posticipato di un anno perché
ho voglia di pubblicare delle canzoni nuove, visto che sono passati
oramai tre anni dallultimo lavoro in studio. Penso sia giunto
il momento di far sentire che cè bisogno di nuove canzoni,
perché dopo la morte di De Andrè, mi apre sia calato
un grosso vuoto. Credo che i giovani debbano scoprire la tradizione
della canzone dautore e visto che io sono anche un cantautore,
devo continuare a parlare alle coscienze.
Una tradizione dalla quale non si può prescindere.
No anche se i networks radiofonici lignorano volutamente,
anzi la sfuggono come il veleno. E unopera di disinformazione
che fanno i media. Perché non è vero che non piace
alla gente, e che loro voglio imporre il loro modello consumistico.
Quando scrissi Il cielo dIrlanda per Fiorella
Mannoia, mi ricordo che i produttori faticarono ad imporlo come
singolo nelle radio, perché non rientrava nei loro canoni.
Quando la casa discografica simpose, si scoprì che
la canzone piaceva molto e vendette quasi un milione di copie. Quindi
non è vero che lascoltatore non gradisce certe canzoni,
solo non ne conosce lesistenza. In un mercato libero tutto
deve essere ugualmente visibile, accanto alla musica devasione
ci vuole quella di riflessione, di profondità ed anche musica
di sperimentazione. I danni poi sono sotto gli occhi di tutti, visto
che questa sorta di mercato uni direzionato va molto male. Cè
unideologia che guarda allindividuo come ad un portafoglio
da svuotare, ed una alla quale sento di appartenere, che guarda
allindividuo come una persona da informare. Poi a questi si
lascia libertà di scelta. Se gli si fanno conoscere solo
due prodotti la gente si disaffeziona.
Come non sottoscrivere questo ragionamento?
Eliseno
Sposato
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