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Un
progetto sociale ed educativo per i giovani delle baraccopoli di
Riruta e Kawangware, in Kenia
Nello
scorso giugno abbiamo passato le mattinate incollati alla televisione
aspettando le prodezze di Totti, Del Piero e degli altri azzurri,
ma le uniche che abbiamo potuto ammirare sono state quelle di perfetti
sconosciuti con gli occhi a mandorla che correvano a cento allora
e quelle di Trapattoni, con un suo personalissimo show a bordo campo.
Ma un altro mondiale si sta tuttora giocando, a Nairobi, in Kenya,
nel cuore dellAfrica. Cè una squadra di calcio,
la Amani Yassets Football Team che si allena, gioca,
lotta, segna e talvolta vince.
L Amani Yassets però non è una semplice squadra
di calcio, ma è un progetto sociale ed educativo per i giovani
delle baraccopoli di Riruta e Kawangware, alla periferia di Nairobi.
Lo sport dà a loro loccasione di giocare e divertirsi,
ma anche di stare lontano dalla strada, di vivere positivamente
con i coetanei un momento importante della propria crescita, di
imparare valori quali la lealtà, lamicizia, il rispetto
degli avversari e delle regole.
Tutti i giovani atleti provengono dai poveri quartieri di Riruta
e Kawangware, alcuni da bambini sono stati accolti al Centro di
Kivuli, che da anni si occupa dei bambini di strada di Nairobi,
senza famiglia e prospettive di vita, dando loro un tetto, uneducazione
e la possibilità di vivere serenamente la propria infanzia,
un diritto fondamentale troppo spesso negato. Diventati grandi,
gli ormai ex bambini di strada e i loro compagni di squadra si trovano
ancora insieme a Kivuli per giocare a calcio, ma anche per produrre
gli strumenti per farlo: nelle pause tra lo studio e gli allenamenti
sono essi stessi che confezionano, in appositi laboratori allinterno
del Centro, le loro divise e palloni, che poi usano per giocare.
E un modo bellissimo di lavorare per una passione, il football,
ma anche per imparare una nuova possibile professione: labilità
di questi ragazzi nel fare questi palloni ha fatto sì che
potessero essere venduti per finanziare le loro borse di studio.
I guadagni della vendita dei palloni Amani Yassets vanno
direttamente ai produttori pere permettere loro un tetto, una buona
educazione e una rinnovata fiducia nel futuro.
Sogniamo insieme per un attimo che il mondiale si sia concluso diversamente:
lItalia in finale con la Francia. E la rivincita degli
Europei. Siamo 2-2 (doppietta di Zidane, autogol di Desailly e gol
di Vieri), è l89°: Totti apre a Del Piero che con
uno stop meraviglioso si beve Thuram e vola verso Barthez. E
gol sicuro
tutti in piedi con il cuore in gola, ma
improvvisamente
Alex si ferma
si toglie gli scarpini e prosegue senza scarpe.
Cosa è successo? Un malore? Una crisi di crampi? Sta sclerando?
Niente di tutto ciò: Adidas non gradisce che il gol sia realizzato
da scarpini Adidas contro il portiere con scarpini della medesima
marca, meglio se venisse da un altro scarpino.
Sono aziende come queste a finanziare il calcio, perché senza
le sponsorizzazioni non si riuscirebbero ad ottenere ingaggi astronomici
e costruire squadre imbottite di grandi nomi. Il bel gioco, la tattica
e gli equilibri di spogliatoio sono normalmente piegati alla logica
degli ingaggi delle campagne di sponsorizzazione.
Oggi Adidas e Nike si dividono così i campioni che ammiriamo
giocare in Tv: Del Piero, Zidane, Rui Costa, Beckham, Raul, Barthez,
Deisler, Nakamura, Aimar, Mathis e Ko Jon Su sono sotto contratto
per la prima; Totti, Figo, Ronaldo, R. Carlos, Guardiola, Mendieta,
Lopez, Henry, Nakata, Scholes e Cole per la seconda.
Il mondo dello sport non è diverso dal mondo della produzione
e dei servizi: tutto ruota intorno agli indicatori asettici di redditività,
ossia di profitto.
La cosa sconcertante è che il profitto (elevatissimo) proviene
dallo sfruttamento di lavoratori, comunemente bambini, che le grandi
multinazionali assumono nei paesi sottosviluppati come quelli asiatici
e centroafricani. Le somme spese dalle grandi marche in sponsorizzazioni
sono da capogiro, facciamo un esempio: Ronaldo per indossare il
marchio Nike riceve cinque milioni di Euro lanno, mentre chi
produce per Ronaldo scarpini e T-Shirt incassa solo 80 Eurocents
a pezzo!
Numerose associazioni umanitarie hanno chiesto vigorosamente alla
FIFA di adottare un codice di condotta completo, che comprenda almeno
questi quattro punti:
- Obbligo di corrispondere salari dignitosi
- Orario di lavoro di 48 ore settimanali
- Obbligo da parte dei fornitori e degli sponsor FIFA di accettare
un sistema di ispezione indipendente che coinvolga i sindacati e
le ONG
- Estensione del codice allintera catena della produzione
Se volete saperne di più, visitate il sito Internet www.otromundial.org
Antonio
Clausi
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