Questa nicchia di rete è lo spazio di Tam Tam e Segnali di Fumo, periodico quindicinale, prodotto dalla curva sud dello stadio San Vito di Cosenza, zona liberata ed occupata dai Nuclei Sconvolti. Alla comunicazione via internet, così come ai gradini della curva e ai fogli del nostro giornale, affidiamo il compito di rappresentare i nostri sogni, le tensioni, la speranza, la rabbia.Da più di venti anni portiamo in giro per l'Italia e nelle piazze un modo di essere ultrà, che non coincide con i modelli imposti dalla mercificazione del calcio, dai mass-media e dalle manie nazistoidi. Siamo orgogliosi di aver ritagliato, in una valvola di sfogo costruita dal Potere, un momento di aggregazione, che finisce per trasformare lo spazio esterno, la città, condizionando le relazioni sociali.Questa nicchia di rete impressa su un monitor, vi racconta gli stati d'animo di un martellante Tam Tam, che risuona nella mente di esseri umani, capaci ancora di amare ed odiare...
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360 gradi nr 11 del 19 Ottobre 2002
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Ottobre 1967 - Ottobre 2002

Hasta Siempre Comandante

Di notte L’Avana ha un cielo azzurro chiaro, sorvolato da nubi rosa e grigie. Da un punto di una casa circondata da alberi di banano, arrivano le parole della canzone “Hasta Siempre” di Carlos Puebla… « Aprendimos a quererte, desde la historica altura donde el sol de tu bravura, le puso cerco a la muerte… aquì se quedàn las claras…».
Cinque anni fa nella “Plaza de la Revoluciòn” della capitale cubana, sebbene fossero passati trent’anni dalla sua morte, in molti lo piangevano ancora con una tale disperazione che si sentiva un certo imbarazzo a non provare lo stesso dolore.
Un ragazzo guarda una vecchia india, che pare contare mille anni e le chiede: «Te recuerdas del Comandante?». Ti ricordi di lui? «Un idealista, puro como le onde del mar del Caribe… revolucionario!».
Chi lo ama, chi lo ha conosciuto, chi gli ha stretto la mano, lo conosce così. La sua persona era così grande che non si possono trovare altri termini. Una persona che non si sarebbe messa tranquilla finché al mondo ci fosse stata anche una sola ingiustizia.
Il Che muore alle 13,30 del 9 Ottobre del ’67 in Bolivia. Il suo cadavere verrà trasportato all’ospedale di Valle Grande. I suoi assassini cercheranno di ricomporlo per evitare che si vedano troppo i segni delle torture, poi gli taglieranno le mani da inviare a La Paz, ma non la testa come i nordamericani avevano richiesto. Lasceranno il suo corpo a disposizione dei giornalisti giunti da ogni angolo del pianeta nella scuola di Higueras. Nella notte che sopraggiunse il cadavere del Comandante fu visitato fino all’alba da contadini, bambini, donne. Ceri accesi, visi di povera gente, faranno mille cerchi attorno al tavolo di legno dove i militari lo lasciarono esposto come un trofeo, per correre ad incassare il premio di 5 mila dollari.
Ma da quel momento il “Che”, morto per chi lo odiava, è diventato immortale per chi lo amava e per chi lo ama. E’ presente in ogni manifestazione, in ogni grido ribelle, in ogni parola di libertà, in ogni pensiero di giustizia. Lo si capisce da quando, in ogni angolo del pianeta, giovani e vecchi innalzano il suo viso, immortalato dal fotografo Alberto Korda. Il suo viso, già, la bandiera che quasi tutti abbiamo in camera. Magari quella più comune con sfondo rosso recante in basso la scritta Hasta Siempre. Oppure quella con lo sfondo azzurro e l’America del Sud… ce ne sono tante. In tanti hanno utilizzato quella foto per far soldi, ma chi la scattò non ne ha mai pretesi.
Ogni sua parola è stata tramandata, ogni suo pensiero è stato scritto, ogni sua foto pubblicata. Proprio come se fosse un romantico cavaliere medioevale. Se ci fermiamo un attimo a riflettere, vediamo che in un freddo e globalizzato ventunesimo secolo è l’unico “mito” che rimane ai giovani per sognare ancora.
Era un convinto marxista, una volta disse: «Si deve essere marxisti con la stessa naturalezza con cui si è newtoniani in fisica o pasteuriani in biologia. Il merito di Marx è stato di aver introdotto nella storia del pensiero sociale un cambiamento di qualità: ha interpretato la storia e compreso il futuro esprimendo un concetto rivoluzionario, ovvero non bisogna fermarsi a interpretare la natura, bisogna trasformarla». Amico fraterno del Lider Maximo Fidel Castro, “Che” Guevara divenne per un breve periodo Ministro dell’Industria a Cuba. In questo periodo tenne un discorso alla XIX seduta dell’ONU a Ginevra sull’importanza delle riunioni tra i paesi sottosviluppati per delineare il loro futuro politico, economico, commerciale e tecnologico. Alla fine del suo discorso fu intervistato da 80 giornalisti, tutti di nazionalità diversa. Da ambasciatore nel mondo del governo rivoluzionario, visitò a capo di una delegazione economica il Medio Oriente per l’apertura di nuovi mercati. Andò ad Hiroshima e Nagasaki, visitò la Cina dove tenne un lungo discorso nell’università di Pechino davanti a migliaia di studenti appollaiati ovunque e conobbe Mao Tse Tung. Il governo rivoluzionario dichiarò Ernesto Guevara cittadino cubano per nascita, unico straniero a guadagnare questo merito. Ha combattuto ovunque c’era bisogna di libertà e giustizia, soltanto in nome di un ideale. Non dimenticò mai la moglie ed i figli ai quali scrisse un mare di lettere piene di pathos e di amore. In queste lettere si legge il pensiero di un uomo, morto in nome della libertà. “Che” Guevara fu ucciso, ma ognuno di noi sa che il suo pensiero nel mondo rimarrà per sempre, nonostante “quel giorno d’autunno in terra boliviana qualcosa si perdeva, qualcosa finiva… ma statene certi in qualche posto nel mondo, un giorno che non si saprà, dove non lo aspettate il “CHE” ritornerà”. (F.Guccini)


Antonio Clausi

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