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sotterranei pop nr 14 del 30 settembre 2001
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I dischi dell’annata

Con buona parte dell’anno discografico oramai alle spalle, si possono tracciare i primi bilanci. Ma più che stilare classifiche di merito, questa settimana mi preme portare all’attenzione di voi lettori, tre dischi che segneranno quest’annata.
Partiamo dalla Norvegia per il nostro ipotetico viaggio attra-verso i suoni che emergono da questi cd. I Motorpsycho hanno dato alle stampe il loro consueto disco dell’anno. “Phanerothyme” era atteso per dare risposte alle molte domande emerse con il precedente “Let Them Eat Cake” da alcuni fan della prima ora rinnegato perché troppo pop. Il nuovo album conferma che le ruvidezze di “Demon Box” sono oramai lontane anni luce, ma che il percorso di ricerca nella storia del rock non si arresta. Il trio norvegese continua a proporsi come “Bignami” del rock: dopo aver percorso i territori dell’hard, della psichedelia acida texana, del grunge e dell’alternative, arrivando al pop d’autore e non disdegnando il jazz del secondo volume della serie roadwork, si ritorna alla psichedelia tanto in voga negli anni sessanta. Il pensiero positivo di questo genere (phanerothyme appunto) viene sviscerato attraverso l’uso di molte parti orchestrali, partendo dalle parti di Donovan (“Bedroom Eyes”), passando per i Love (“For free”) ed approdando ai Beach Boys che flirtano con i Mamas & Papas di “Go To California”. Le citazioni come sempre si sprecano, ed ognuno di voi può riconoscerne di diverse, d’altronde Gebhardt e soci non hanno mai fatto mistero delle mille influenze, le canzoni reggono il “culto” che la band ha saputo crearsi, ma peccano di epicità. In poche parole mancano episodi eclatanti, come ad esempio la “Vortex Surfer” di Trus Us, e la vena progressive che dilata alcuni episodi, alle volte viene a nuocere. Comunque sia la qualità è sempre alta, a patto che non si cerchi chissà quale innovazione. Se invece non volete rinunciare al classico suono Motorpsycho di album come il citato Trust Us e “Angels & demons at play” il consiglio è quello di ricorrere al secondo album dei Verdena.
“Solo Un Grande Sasso” è un gran disco! Aperto da “la Tua Fretta” la “Feel” del trio bergamasco, il cd decolla subito con “spaceman” un brano che fa da ponte tra i Verdena di “Valvonauta” e quelli del nuovo corso. La produzione di Manuel Agnelli non è ingombrante e si sente molto solo in alcune parti vocali, mentre il livello compositivo è decisamente migliorato e si fa apprezzare nei brani cardine che vanno individuati in brani come “Nova”, “Centrifuga” e “1000 anni con Elide”, dove la struttura armonico-melodica è capace di strutturarsi in piccole suite che se da un lato possono far emergere una vena progressiva, dall’altro indicano come le ambizioni di questo gruppo siano adeguate alle capacità di tre musicisti in grado di raccogliere il ruolo di gruppo guida del rock fatto in Italia. Si badi bene non una nuova strada per il rock italiano, definizione che non ha ragione d’esistere, ma una classica strada percorsa da giovani italiani, che può ambire ad importanti traguardi. Niente di nuovo se non una ridefinizione in chiave 2001 di cinquant’anni o quasi di rock.
La stessa cosa che più o meno contemporaneamente stanno facendo negli Stati Uniti, The Strokes. Paradossalmente mentre l’elettronica sembra avere seppellito definitiva-mente il rock, ecco che questo rinasce dalle sue stesse ceneri come l’Araba Fenice. E come sempre si riparte da New York, città capace di determinare stili e tendenze ad inizio di ogni decennio. In principio furono i Velvet Un-derground, poi seguirono Ramones e Television che passarono il testimone ai Sonic Youth. Ora tocca agli Strokes cinque giovanotti capaci di riportare l’innocenza dl rock con una decina di canzoni: e che canzoni! “Is This Hit” è un piccolo campionario di citazioni capace di legare con uno stile unico i Talking Heads (“Soma”) e l’indie rock di Pavement e Sebadoh (“Is This Hit”), gli Stooges (“NYC Cops”) ed i Kinks (Last Nite) con i Pixies (“Hard To Explain”). Il loro cd d’esordio, che altri non è che una raccolta dei primi singoli, ha un’appeal formidabile come solo i Feelies hanno saputo realizzare in precedenza, non c’è una caduta di tono e si presta all’ascolto privato come alla grande diffusione, sia esso in un party alla moda come in una sfilata del pret a porter, cosa che è realmente successo recentemente a Milano. Provate a suonarlo tutto di un fiato e conquisterete subito tutti, brani come “Someday”, “The Modern Age” (suonerebbero così i Velvet Underground oggi), “New York City Cops” e “last nite” lasciano senza fiato e ci fanno ri-scoprire un passato che è nel nostro dna e che nessuna sirena ammaliatrice di quest'epoca può farci dimenticare, proprio come fecero i Feelies negli anni ottanta.

Eliseno Sposato

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